Si stima che in Italia, tra il 2026 e il 2038, 39 mila medici potrebbero lasciare il Servizio Sanitario Nazionale. Questa condizione è una criticità dal momento che la popolazione invecchia: in quarant’anni (dal 1984 al 2024) la percentuale di over 65 è raddoppiata, aumentando dal 12,9% al 24,3%, e gli over 80 in particolare sono triplicati, passando dal 2,4% al 7,7%.
Nonostante secondo i dati OCSE i medici attivi in Italia siano 315.720 (con una incidenza sui 1.000 abitanti superiore alle media OCSE ed europea), i medici del SSN sono ad oggi 209.631 (Centro studi FnomCeO) – ovvero una carenza, rispetto alla richiesta del Paese, stimata a circa 16.500 unità. Tra le cause del gap: criticità legate alla formazione, le politiche di contenimento della spesa, migrazione di medici verso l’estero.
Carenze settoriali
Le criticità emergono già nella formazione, dove centinaia di posti nelle scuole di specializzazione restano scoperti: tra le discipline con meno contratti assegnati ci sono microbiologia, virologia, farmacologia, tossicologia, patologia clinica e radioterapia; ma anche medicina di urgenza, chirurgia toracica e cure palliative restano vuote per metà.
Inoltre, nel 2025 la sperimentazione del “semestre aperto” ha introdotto significativi cambiamenti all’accesso al primo anno di Medicina e Chirurgia, con 20.864 nuovi posti (+13,7% nelle statali e +25,9% nelle private), tuttavia parte fondamentale del problema resta la direzione scelta degli studenti, al fine di evitare che alcune specializzazioni non raggiungano numeri sufficientemente alti per colmare le lacune.
La problematica non è legata al numero di studenti in termini assoluti, ma al numero di iscritti a determinate specializzazioni.
Diventa quindi prioritaria una pianificazione delle risorse basata sul fabbisogno reale, oltre a una gestione più efficace del personale sanitario attraverso nuovi modelli organizzativi.
«Le misure introdotte per ampliare l’accesso ai corsi di Medicina rappresentano un tentativo di affrontare il problema ma, per rispondere davvero ai bisogni del SSN, è necessario non tanto intervenire sulla formazione, bensì sugli strumenti atti a rendere la professione più attrattiva e sostenibile nel tempo. Possiamo intervenire in modo concreto valorizzando i medici, ma anche gli infermieri e le professioni assistenziali, fondamentali per garantire continuità di cura», dichiara Giacomo Baldi, medico anestesista, fondatore e CEO di GAPMED.

La fotografia delle scuole di specializzazione conferma un problema strutturale: nonostante il numero di borse in aumento, molti posti continuano a rimanere vacanti. A settembre 2025, il tasso di assegnazione è dell’85%, ma alcune discipline si posizionano molto più in basso per percentuale di contratti assegnati: tra queste ci sono anestesia e terapia intensiva del dolore (81%), anatomia patologica (79%), malattie infettive (74%), chirurgia generale (64%), nefrologia (61%), medicina d’emergenza (56%), chirurgia toracica (56%), medicina nucleare (45%), cure palliative (41%). Le specializzazioni con meno medici sono radioterapia (35%), patologia clinica e biochimica clinica (24%), farmacologia e tossicologia clinica (22%), microbiologia e virologia (20%).
«Le cause dei posti vacanti nelle scuole di specializzazione sono principalmente legate a tre fattori. Il primo riguarda la qualità della vita lavorativa: turni pesanti, rischio di burn-out e forte pressione rendono poco attrattive discipline come medicina d’emergenza, chirurgia o anestesia. Incidono poi le incertezze occupazionali nel SSN e la prospettiva economica: le aree con maggior redditività nel privato e possibilità di libera professione si saturano rapidamente, mentre quelle legate quasi esclusivamente al SSN (Microbiologia, Cure palliative, MEU) restano le meno scelte. Il risultato è un crescente disallineamento tra fabbisogno del Paese e scelte degli specializzandi, con carenze proprio nelle aree dove servirebbero più professionisti», aggiunge Baldi.
Contenimento della spesa
A partire dal 2005 e nell’arco di tredici anni, il Servizio sanitario nazionale ha subito un progressivo ridimensionamento del personale a causa delle politiche di contenimento della spesa. In particolare, tra il 2012 e il 2018 il SSN ha perso complessivamente quasi 25 mila addetti.
Nel periodo 2019-2023 si è registrata un’inversione di tendenza, con un aumento degli occupati legato all’introduzione di una nuova disciplina in materia di assunzioni e all’adozione di misure straordinarie di reclutamento per far fronte all’emergenza pandemica. Di conseguenza, nel 2023 il comparto sanitario ha raggiunto il livello occupazionale più elevato dal 2012, con circa 700 mila addetti.
Tuttavia, negli enti del SSN le nuove assunzioni non seguono un meccanismo di turnover automatico in sostituzione del personale in pensione, ma sono vincolate a specifici tetti di spesa. Questo limite economico ha contribuito a determinare una persistente e significativa carenza di organico. Tra il 2018 e il 2025 si stima, infatti, il pensionamento di circa 52.500 medici.
Migrazioni verso l’estero
Tra il 2000 e il 2022, quasi 180mila professionisti – di cui circa 131mila medici e 48mila infermieri – hanno scelto di migrare all’estero. Secondo i dati di FNOMCeO, nel 2023 erano circa mille all’anno i medici italiani richiedenti certificati per trasferirsi all’estero. Questa migrazione contribuisce a generare incertezza nella programmazione del fabbisogno e può accentuare le carenze.
Le soluzioni in campo
Sono attualmente in corso interventi strutturali che interessano l’organizzazione delle professioni sanitarie e le modalità di reclutamento del personale. La riforma delle professioni sanitarie, prevista dal disegno di legge approvato il 4 settembre 2025, introduce diverse novità, tra cui la trasformazione del corso di medicina generale in una scuola di specializzazione, l’introduzione di sistemi premiali legati alle performance, una maggiore flessibilità per i medici specializzandi, l’istituzione di un sistema nazionale di certificazione, il rafforzamento della formazione manageriale e la revisione delle norme in materia di colpa professionale.
Parallelamente, il decreto sulle “Liste di attesa” prevede l’abolizione del tetto di spesa per il personale, misura tuttavia subordinata all’adozione dei decreti attuativi sul fabbisogno, alla compatibilità con il Fondo sanitario nazionale e all’elaborazione dei piani triennali regionali.
Baldi evidenzia, inoltre, di come una migliore organizzazione dei servizi, come una pianificazione maggiore e l’adozione di strumenti tecnologici, possa rappresentare una valida soluzione.
«Anche un utilizzo più esteso della telemedicina e una maggiore integrazione tra medicina territoriale e pronto soccorso possono contribuire a ridurre la pressione sulle strutture sanitarie e migliorare l’esperienza dei pazienti» conclude Giacomo Baldi. «Con un approccio integrato e collaborativo, pubblico e privato possono lavorare insieme per assicurare qualità, tempi certi e assistenza accessibile a tutti».



