Alzheimer e stimolazione elettromagnetica: i primi dati

Alzheimer e stimolazione elettromagnetica: i primi dati
Paolo Maria Rossini

Sono circa 600.000 i pazienti italiani affetti da morbo di Alzheimer, una patologia neurodegenerativa del cervello che porta a demenza.
Uno studio condotto su 33 pazienti con una lieve forma di Alzheimer dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli-Irccs di Roma, in collaborazione con il Beth Israel Deaconess Medical Center e la Harvard Medical School di Boston, sembra individuare un nuovo protocollo in grado di rallentare la progressione della malattia. Ovviamente in soggetti con le prime avvisaglie del morbo.

Il professor Paolo Maria Rossini, direttore dell’Area neuroscienze del Gemelli, ha spiegato: «a oggi sappiamo che la malattia di Alzheimer è la più comune causa di demenza. Le forme iniziali sono segnali da tenere in considerazione per una diagnosi precoce della malattia.
Accanto ad alcuni trattamenti farmacologici stiamo sperimentando anche procedure di riabilitazione cognitiva attraverso esercizi specifici e l’associazione con metodi di stimolazione elettromagnetica non invasiva del cervello: il metodo NeuroAD.
Si tratta di un trattamento non invasivo che dura cinque giorni a settimana per sei settimane e che produce benefici misurati secondo scale standard internazionali che sono prolungati nel tempo: a sei mesi i soggetti in cura sono in una situazione migliore rispetto ai pazienti sottoposti a stimolazione placebo».
Si tratta dei primi dati di uno studio che proseguirà nel tempo per definire al meglio l’efficacia del protocollo.

Stefania Somaré

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