Defibrillatore? Lo porta il drone

Defibrillatore? Lo porta il droneI droni sono sempre più utilizzati in situazioni di emergenza. Un progetto tutto italiano, ideato e promosso dal Rotaract in collaborazione con il Comitato di Bologna della Croce Rossa Italiana, presenta il primo drone in Italia con a bordo un defibrillatore per il soccorso in caso di arresto cardiaco, realizzato e prodotto da IDS Ingegneria Dei Sistemi Spa. Un progetto che coinvolgerà in futuro i 118 di diverse provincie italiane.

Ogni anno in Italia 73.000 persone perdono la vita per arresto cardiaco. Come riferiscono i dati Istat, Anmco (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri) e Gise (Società Italiana di Cardiologia Interventistica), l’arresto cardiaco è la causa del 20% dei decessi in Italia.
Sono oltre 40.000 le morti per infarto durante il percorso extraospedaliero. La tempestività dei soccorsi, quindi è fondamentale per garantire la sopravvivenza dell’infartuato ma non sempre è attuabile.

L’idea
Pensato e sviluppato dai Distretti Rotaract italiani in collaborazione con Comitato di Bologna della Croce Rossa Italiana, il progetto WingBeat vuole abbattere le barriere spazio temporali riducendo significativamente i tempi di soccorso in caso di arresto cardiaco. Lo fa attraverso un drone, un aeromobile a pilotaggio remoto (APR) dotato di defibrillatore, che potrà andare incontro alla persona colpita da arresto cardiaco, superando le barriere temporali che oggi fanno la differenza tra la vita e la morte.
«L’idea di abbassare i tempi d’intervento in qualsiasi tipo di emergenza attraverso un drone è nata leggendo un articolo su un progetto di ricerca realizzato da un giovane studente olandese d’ingegneria, Alec Momont, il quale ha progettato un drone ambulanza capace di trasportare in tempi record un defibrillatore di circa 1 kg sul luogo della chiamata, localizzata con il Gps», spiega Ivana Fico, promotrice del progetto WingBeat e rappresentante del distretto Rotaract 2120 di Puglia e Basilicata. «Il prototipo, uno dei primi al mondo, fu presentato in Olanda nel 2014 all’Università Tecnica di Delft. Il drone, dotato di 4 eliche, è in grado raggiungere la velocità di 100 km orari e aumenta le possibilità di sopravvivenza dall’8 all’80%. Quando l’apparecchio arriva sul posto, il personale medico può comunicare e dare istruzioni alle persone che si trovano vicino alla vittima, grazie a un microfono e una piccola videocamera posta sul mini-velivolo».

Il progetto prende forma
Con l’obiettivo di mettere in atto le infinite potenzialità del Rotaract e di diffonderne la mission, Ivana Fico decide di dare seguito al sogno di sviluppare anche in Italia qualcosa di analogo.
«Quest’idea ha potuto prendere corpo grazie all’interesse del Comitato di Bologna della Croce Rossa Italiana e di Giuseppe Mariggiò, responsabile tecnico dell’Unità Operativa Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto e coordinatore attività e formazione SAPR CRI Bologna».
Il Comitato di Bologna della Croce Rossa Italiana non è nuovo all’impiego dei droni, come spiega il comandante Mariggiò: «quello di Bologna è stato il primo Comitato della CRI a essere certificato dall’Enac, l’Ente Nazionale Aviazione Civile per l’impiego dei droni sul territorio nazionale. L’attività operativa di volo di questi sistemi deve ottemperare al regolamento vigente dell’Enac, perché l’articolo 743 del codice della navigazione specifica che queste macchine sono veri propri aeromobili. La nostra è, quindi, una piccola compagnia aerea con tutte le responsabilità amministrative e penali delle grandi compagnie aeree e conta, tra il proprio personale, 14 piloti qualificati, 4 istruttori, 2 esaminatori riconosciuti dall’Enac».

Il drone in situazioni di emergenza
Il Comitato di Bologna della CRI ha alle spalle ormai parecchie missioni con i droni come spiega ancora Mariggiò. «Il drone può essere impiegato con successo in caso di calamità naturali, in operazioni di Search and Rescue (SAR), in incidenti stradali, dimostrando in campo tutto il suo potenziale. Grazie al drone siamo in grado di percorrere velocemente ambienti ostili dove le squadre di soccorso a piedi possono trovare difficoltà, raggiungendo i luoghi d’interesse; è in grado di riportare reportage fotografici georeferenziati. Il drone ospita a bordo tecnologie avanzate che ci consentono di riferire al centro di comando, per esempio, il calpestio delle varie squadre a terra anche in condizione di non connettività. Nel caso d’incidente stradale in galleria, l’APR, equipaggiato di telecamera a infrarossi, può raggiungere il luogo dell’incidente e fornire alla centrale operativa un quadro dettagliato della situazione, consentendo così di organizzare al meglio le attività di soccorso».

Droni con defibrillatore per i 118
Il Comitato di Bologna della CRI è in corsa con molti progetti per quanto riguarda l’impiego dei droni. «Di recente abbiamo presentato l’attività svolta con gli APR durante la visita del papa a Bologna», precisa Mariggiò. «Abbiamo presentato anche Wingbeat, il drone con a bordo il defibrillatore che è stato realizzato dalla IDS Ingegneria dei Sistemi Spa di Pisa. Wingbeat è stato il primo drone a ottenere dall’ENAC un certificato per il sorvolo degli assembramenti di persone e cose ed è la prima macchina capace di fornire un importante contributo nelle operazioni specializzate di ricerca e soccorso e nelle maxi emergenze in caso di disastri o catastrofi su tutto il territorio italiano, che entrerà a far parte di un progetto del 118».
Il progetto del 118 prevede nel 2018 la simulazione di un intervento in una comunità montana isolata e, per il futuro, l’estensione dell’impiego di queste macchine con defibrillatore ai 118 di molte provincie italiane. Nel caso di persona colpita da infarto, quando il drone arriva a destinazione attraverso l’ausilio di operatori sanitari della centrale del 118, vengono comunicate al soccorritore tutte le istruzioni necessarie per prestare i primi soccorsi, l’utilizzo del defibrillatore, il massaggio cardiaco, in attesa dell’arrivo dell’ambulanza. Il drone consentirà, quindi, di mettere in atto procedure che potranno non solo salvare la vita dell’infartuato ma anche evitargli danni permanenti. Bastano, infatti, 5 minuti di perdita di coscienza e del respiro in seguito ad arresto cardiaco per causare lesioni cerebrali permanenti, dovute ad anossia, e 7 minuti per provocare danni importanti o irreversibili e una diminuzione della probabilità di sopravvivenza del 75%.
«Al fine di sviluppare ancora di più nel dettaglio il progetto WingBeat», aggiunge Mariggiò, «è prevista la costituzione di un Comitato Tecnico Scientifico a supporto dell’iniziativa, che prevede la presenza di esponenti dell’amministrazione, dell’università e della cultura, tra cui già hanno dato la loro adesione realtà come la Fondazione Franco Bardelli e l’Università di Bologna attraverso il laboratorio congiunto Unibo@Cribo».

Dal defibrillatore al trasporto di medicinali…?
Il drone salvavita è, quindi, partito anche in Italia. «In occasione dell’anno del cinquantennale, in cui celebreremo la fondazione del primo Rotaract club nel mondo, abbiamo voluto realizzare un progetto di service nazionale che potesse avere valore e risonanza particolari con l’intento di arrivare al cuore proprio di tutti, rendendo i rotaractiani d’Italia ancor più orgogliosi della nostra organizzazione, qualcosa di speciale», sottolinea Ivana Fico. «WingBeat è un progetto tutto italiano che racchiude in sé qualcosa di originale, inconsueto, unico, innovativo e attraversa molteplici mondi: della telemedicina, della salute, della prevenzione del rischio, del tempo (importante per salvare una vita), del cambiamento e del futuro concretizzabile, della novità come inizio per far sì che un domani non troppo lontano tale idea possa divenire globale e alla portata di tutti».
La sperimentazione dei droni salvavita prosegue anche all’estero con interessanti risultati, come testimonia una lettera di un gruppo di ricercatori svedesi pubblicata su un recente numero di Jama – Journal of the American Medical Association, i quali hanno confrontato, in condizioni reali, i tempi di consegna del defibrillatore con il drone e con i normali automezzi di soccorso. L’APR si è dimostrato nettamente superiore con uno scarto medio di 16 minuti e 39 secondi.
«L’impiego dei droni in situazioni di emergenza, sarà in futuro sempre più ampio», conclude Mariggiò. «Lo evidenzia anche l’interesse di un’azienda come Babcock Mission Critical Services – multinazionale britannica impegnata nella gestione dei servizi di elisoccorso di 40 basi HEMS in Italia con 35 mila dipendenti in 5 continenti – attraverso diversi progetti sperimentali che vedono, tra l’altro, l’impiego di droni per il trasporto di medicinali termolabili in aree isolate come nelle isole o in altre situazioni dove la rete viaria non permetta un collegamento veloce via gomma».

Roberto Tognella

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