L’ospedale, un modello di convivenza

TrivelliÈ l’idea a cui è giunto Marco Trivelli (nella foto), commissario straordinario dell’A.O. Niguarda Ca’ Granda di Milano, che nel mondo sanitario, prima di assumere questo incarico ormai in scadenza, ha maturato una significativa esperienza, come racconta in questa lunga intervista dove parla del futuro del Niguarda, ma anche del Ssn.
Marco Trivelli, classe 1964, una laurea in Economia aziendale conseguita presso l’Università Bocconi di Milano, inizia la sua carriera professionale come programmatore in ambito amministrativo. Poi, dopo una serie di attività e progetti a cui partecipa attraverso una piccola società di consulenza con la quale collabora, arriva alla Coopers&Lybrand, importante società di consulenza affiliata a una società di revisione contabile, dove svolge diversi incarichi consulenziali per i clienti privati e per l’industria, anche in ambito finanziario, per approdare successivamente ai primi progetti in area sanitaria. Per la Regione Friuli Venezia Giulia si occupa del delicato passaggio dalla contabilità pubblica finanziaria a quella economico patrimoniale, novità introdotta dalla legge 502 di riforma della sanità degli anni ‘90 che prevedeva l’aziendalizzazione delle strutture sanitarie; successivamente segue altri progetti per la Provincia Autonoma di Bolzano e per la Regione Calabria, due banchi di prova importanti a cui aggiunge altre esperienze significative in Umbria e nel Lazio. Lasciata l’attività di consulente, nel 2002 viene assunto come direttore amministrativo dell’Ordine Ospedaliero S. Giovanni di Dio della Provincia Lombardo-Veneto e dal 2003 al 2005 è dirigente della U.O. Economico-Finanziario e Sistemi di Finanziamento presso la Direzione Generale Sanità della Regione Lombardia. Dal 2006 al 2012 è direttore amministrativo della A.O. Ospedale Niguarda Ca’ Granda dopo un incarico di Dirigente del Dipartimento Economico-Finanziario dell’A.O. G. Salvini di Garbagnate Milanese. Successivamente, fino all’aprile 2013 ricopre il ruolo di direttore amministrativo dell’A.O. Luigi Sacco di Milano. Dal 24 aprile 2013, per effetto del Decreto Balduzzi, che ha invalidato gli albi dei candidati alla posizione di direttore generale per introdurre nuove norme, è commissario straordinario dell’A.O. Ospedale Niguarda Ca’ Granda, incarico ormai in scadenza. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua esperienza e per riflettere insieme sul futuro del Niguarda, nonché su quello del Servizio sanitario nazionale.

In questi anni, cosa l’ha stupita maggiormente del nostro Ssn?
«La disuguaglianza dei servizi lungo la penisola, differenze tra realtà e realtà che non sono legate all’aziendalizzazione o alla regionalizzazione del sistema sanitario, come si potrebbe pensare, ma a ragioni storiche e culturali. Prendiamo, per esempio, il livello di qualità del patrimonio edile della Provincia Autonoma di Bolzano: è il più elevato in assoluto. La differenza anche con la Lombardia è notevole, nonostante gli ultimi investimenti abbiano ridotto questo gap che tuttavia è destinato a rimanere. Personalmente non credo alla possibilità di rendere omogeneo il servizio, semmai dobbiamo impegnarci per raggiungere obiettivi minimi, ma non seguirei l’idea dell’omogeneità di trattamento, semplicemente perché è irrealizzabile, dato che in ciascuna realtà il contesto socio-economico e l’organizzazione dei sistemi sanitari sono differenti. Tuttavia, bisognerebbe avere, questa sì in modo eguale, la stessa tensione nel perseguire gli obiettivi prefissati, anche se, oggettivamente, ci sono regioni d’Italia dove tutto è più difficile».

Il 24 aprile 2013, dopo una pausa durata un anno, è ritornato presso l’A.O. Ospedale Niguarda Ca’ Granda, questa volta però in qualità di commissario straordinario: l’ospedale era lo stesso, ma non il suo ruolo…
«Certo, nel ritornare, ho trovato l’ospedale di sempre, ricco di esperienze professionali e di grande vivacità clinica, ma anche una realtà che dopo la ristrutturazione, avvenuta a partire dal 2007, con la costruzione di due nuovi padiglioni, il blocco sud e il blocco nord, che insieme coprono circa i 4/5 dei letti di degenza dell’ospedale, si accingeva a lasciare i vecchi edifici costruiti 70 anni fa, per prendere possesso delle nuove costruzioni: il trasferimento si completerà entro il prossimo autunno. Da parte mia, ciò che è cambiato è il grado di responsabilità, anche se ricordo che già in passato come direttore amministrativo cercavo di immedesimarmi nella complessità dell’ospedale, seguendo gli indirizzi del direttore generale e del direttore sanitario. Il tentativo oggi più di ieri è quello di capire le necessità del Niguarda, una realtà in cui operano professionisti di alto livello, molto simile, per peso medio delle attività, ai grandi ospedali americani».

Nel ricoprire i ruoli apicali di un ospedale, è un vantaggio non essere medico?
«Può esserlo, a condizione che si abbia un atteggiamento di comprensione e ascolto dei problemi organizzativi: un’abilità che travalica le competenze professionali mediche. Bisogna guardare all’ospedale come ad una qualsiasi altra attività, in termini di complementarietà, concorrenzialità e competitività rispetto agli altri attori del mercato: nel nostro caso si tratta di complementarietà con il sistema sanitario pubblico e anche con il privato, per evitare che si creino sovrapposizioni. Per questo ho voluto introdurre il tema della scelta, non come selezione, ma come specializzazione».

Quali sono le aree di eccellenza del Niguarda?
«Sono diverse, a partire dalla medicina d’urgenza: abbiamo un Pronto Soccorso molto ben strutturato ed altamente tecnologico in grado di rispondere a qualsiasi necessità e profilo di gravità. Altro settore storico del Niguarda è quello cardiovascolare, mentre il più recente è quello dei trapianti: ne eseguiamo oltre 400 all’anno e per questo, insieme a Bergamo, siamo il centro più importante della Lombardia, considerando che da qualche tempo ci occupiamo anche degli innesti di cuore artificiale. In ambito oncologico, invece, altra nostra area vocazionale piuttosto recente, in questo momento siamo l’ospedale con la più grande casistica, anche maggiore rispetto ai centri specialistici. Inoltre, il Niguarda in questi ultimi anni è cresciuto molto nella ricerca, pur non essendo un polo universitario».

Questo perché è un ospedale che conta ben 26 centri di specializzazione, divisi in 8 aree di patologia…
«Sì, anche se in futuro, diciamo nei prossimi cinque anni, non credo ci sarà spazio per tutte: dovremo decidere in quali aree concentrare le risorse. Certamente lo faremo nella medicina d’urgenza, nei trapianti, e nel settore oncologico dove avremo la possibilità, se proseguiremo con lo stesso passo, di diventare il miglior centro in Italia. Questo anche grazie all’approccio multidisciplinare che i nostri medici hanno nei confronti del pazienti».

Chi ha dato questo impulso?
«È stato il nostro primario di chirurgia a pretendere una collaborazione stabile con gli oncologi e i radiologi e questo fa capire quanta comunicazione e coesione ci sia tra le strutture interessate. Anche grazie a questa collaborazione, sono nate molte ricerche: c’è un particolare filone, riguardante il tumore del colon-retto, il cui esito ha influito sull’uso delle attuali terapie farmacologiche a livello mondiale».

Bisognerà lavorare molto per comunicare il concetto della specializzazione degli ospedali: un’idea non sempre compresa e accettata dai cittadini che vorrebbero tutto e ovunque…
«È vero, anche se le due opzioni presenti, apparentemente contrapposte, devono per forza convivere perché sono entrambe nell’interesse del paziente. La prima è che per poter curare occorre avere esperienza e quindi la casistica è fondamentale: la specializzazione è intesa come volume di attività svolta e diventa un criterio importante per la scelta della struttura ospedaliera a cui rivolgersi in caso di bisogno; il secondo aspetto, che sembra contrapposto ma non lo è, è che il paziente deve essere curato per intero e non solo per un problema specifico. Non credo all’ospedale monospecialistico, perché il paziente, soprattutto quando ha superato i 60 anni, ha diverse malattie e per questo deve essere assistito con un approccio multidisciplinare. In realtà, per poter raggiungere l’eccellenza in alcune aree specifiche occorre possedere un’ampia struttura di medicina in grado di avvolgere, per così dire, il paziente e trattarlo in maniera completa, oltre che avere una casistica adeguata».

Quali sono i suoi progetti futuri?
«Non lo so, perché sono ancora concentrato su questo incarico: vorrei riuscire a portare a termine i progetti avviati, prima della scadenza del contratto».

Per concludere, cosa conserverà di questa esperienza al Niguarda?
«L’idea che l’ospedale, in fondo, è una realtà dove si può sperimentare la bellezza della convivenza, proprio come avviene in altri ambiti della socialità, ma a volte in modo persino più marcato. Nonostante le difficoltà e la complessità, infatti, le sofferenze e le tensioni sociali che fisiologicamente esistono in ogni contesto, l’ospedale, e il Niguarda me lo ha mostrato in modo particolare, grazie alla pressione del paziente che richiama al senso di responsabilità di ciascuno e che non permette di rimane inattivi, dà prova di come sia possibile stare insieme, convivere pacificamente, tutti orientati nella medesima direzione e questo credo sia un esempio per tutti di grande valore».

Pierluigi Altea

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