Nel 2025 sono stati proposti standard per l’istituzione sul territorio nazionale di Pancreas Unit, un modello hub&spoke per la gestione della malattia pancreatica, con focus particolare sui tumori del pancreas. L’obiettivo è ridurre la mortalità per carcinoma pancreatico, che resta elevata e quasi invariata da decenni.
Seconda causa di morte per neoplasia
«La sopravvivenza a cinque anni, nel carcinoma pancreatico, resta intorno al 10-11%, appena superiore a quella registrata trent’anni fa», commenta Luca Frulloni, professore ordinario di Gastroenterologia all’Università di Verona e presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (Sige). «Nell’80-85% dei pazienti la diagnosi arriva quando il tumore non è più operabile, perché localmente avanzato con importante coinvolgimento vascolare oppure già metastatico. Inoltre, stiamo osservando un aumento dell’incidenza del carcinoma pancreatico, le cui cause non sono ancora del tutto note. Secondo le proiezioni, entro il 2030 questa neoplasia diventerà la seconda causa di morte per tumore in Italia».
Secondo stime Airc, nel 2022 sono emersi circa 14.500 nuovi casi in Italia. Pur non essendo tra i tumori più frequenti – nel 2024 sono stati diagnosticati quasi 54.000 tumori della mammella e poco meno di 45.000 del polmone (sempre secondo i dati Airc) – il carcinoma del pancreas ha un impatto rilevante sulla salute pubblica e sul sistema sanitario: il numero dei nuovi casi è molto vicino a quello dei decessi entro un anno dalla diagnosi.
Anche la presa in carico delle patologie pancreatiche in generale merita maggiore attenzione. «Prendiamo l’esempio della pancreatite acuta: in Usa rappresenta la terza causa di ricovero per malattie gastrointestinali. In Italia non abbiamo dati certi, ma possiamo immaginare un peso simile. E qui le patologie gastrointestinali sono la seconda causa di ricovero ospedaliero dopo quelle cardiologiche». Ciononostante, i grandi centri specializzati nella cura del pancreas in Italia si contano ancora sulle dita di una mano.
Maggiore mortalità nei centri a bassi volumi operatori
L’idea d’istituire le Pancreas Unit nasce anzitutto da un’esigenza di tipo chirurgico. «Diversi studi hanno dimostrato che l’intervento sul pancreas – il più complesso e lungo della chirurgia addominale – veniva eseguito anche in centri non specialistici, che effettuavano un numero molto limitato di procedure all’anno. I risultati per i pazienti operati in queste strutture si sono rivelati peggiori, in termini sia di mortalità sia di complicanze postoperatorie, rispetto a quelli ottenuti nei centri ad alto volume, che eseguono regolarmente un maggior numero d’interventi».
Nel 2020, uno studio condotto in 395 ospedali italiani (Balzano et al., Modelling centralization of pancreatic surgery in a nationwide analysis. Br J Surg, 2020) ha dimostrato che, negli ospedali in cui venivano condotte almeno 40 resezioni pancreatiche l’anno, la mortalità era del 3,1%, contro il 10,6% dei centri in cui ne venivano effettuate 2 o 3. Una ricerca precedente ha evidenziato che, nei pochi centri ad altissimo volume di operazioni esistenti in Italia, la degenza postoperatoria era significativamente più breve (Balzano et al., Br J Surg, 2008). «Nel 95% dei casi gli interventi di resezione riguardano pazienti con tumore; solo in piccola percentuale interessano altre patologie del pancreas. Alla mortalità diretta osservata si aggiunge, inoltre, una mortalità indiretta, legata al fatto che, in caso di complicanze postoperatorie, l’avvio della chemioterapia adiuvante deve essere rinviato, ritardando così un trattamento potenzialmente salvavita».
La spinta delle associazioni pazienti
Le ricerche condotte dal gruppo del prof. Gianpaolo Balzano hanno portato i clinici a proporre la centralizzazione degli interventi chirurgici e hanno spinto le associazioni di pazienti ad attivarsi per evitare che strutture non specialistiche potessero continuare a operare. Come racconta Federica Valsecchi, presidente e fondatrice della Fondazione Nadia Valsecchi, nata per sostenere la ricerca sul cancro al pancreas, «la logica è la stessa che ha portato alla creazione delle Breast Unit, i centri multidisciplinari specializzati in diagnosi, cura e follow-up del tumore al seno e delle altre patologie mammarie: i centri ad alto volume riportano i risultati migliori ed è a questi che vanno affidati gli interventi. Questo obiettivo è stato raggiunto in Lombardia, grazie all’impegno instancabile di diverse associazioni, oltre alla nostra, come l’Associazione Codice Viola, e del prof. Balzano e al lavoro dei clinici, in particolare degli ospedali e centri Humanitas presenti in Lombardia e dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Successivamente siamo riusciti a portare il modello all’attenzione del Ministero della Salute, che ha istituito una cabina di regia incaricata di redigere un documento per l’implementazione della rete di Centri Pancreas Unit».
Modello hub&spoke
Il documento, pubblicato nel febbraio 2025, definisce quali centri possono effettuare le operazioni. L’idea è che la chirurgia pancreatica sia organizzata secondo un modello a rete, con centri di riferimento regionali di primo livello (hub) e centri di secondo livello (spoke). Gli hub, o Pancreas Unit, sono le strutture autorizzate a eseguire gli interventi di resezione pancreatica, mentre gli spoke svolgono un ruolo di supporto nella diagnosi, nel follow-up e nell’assistenza territoriale, senza però poter effettuare chirurgia elettiva.


