La ricerca clinica è un pilastro fondamentale del servizio sanitario. È elemento cardine per lo sviluppo di nuove terapie, l’innovazione tecnologica e la crescita delle competenze, che porta benefici ai pazienti, alle istituzioni e alla società nel suo complesso (ISS, 2024). Tuttavia, perché il suo potenziale venga pienamente espresso, è cruciale superare le barriere organizzative, promuovere le collaborazioni tra enti e rendere la ricerca una strategia integrata in tutte le strutture sanitarie (Nicora, 2024).
Sul piano economico, ogni euro investito in studi clinici genera un risparmio medio per il SSN di 2,77 euro come effetto leva grazie alla riduzione dei costi per farmaci e terapie convenzionali. Quando si parla di effetto leva s’intende il rapporto tra i costi totali (dello studio e i relativi costi evitati) e il costo dello studio stesso (Angerame et al., 2020).
Gli studi clinici sono un’opportunità preziosa per i pazienti, offrendo accesso anticipato a terapie innovative che in molti casi costituiscono l’unica opzione terapeutica per condizioni rare o gravi (Nicora, 2024). Oltre a migliorare la qualità di vita dei singoli, la ricerca clinica contribuisce significativamente a rafforzare il SSN, aumentandone la competitività a livello internazionale e attirando investimenti dall’estero.
Sul piano sociale, la ricerca promuove una cultura della prevenzione e dell’innovazione, con effetti positivi anche sulla crescita professionale del personale sanitario coinvolto, che acquisisce competenze avanzate e si confronta con standard elevati.
Studi profit e no profit
La ricerca clinica in Italia si articola in due ambiti principali: studi profit e no profit. Gli studi profit, che rappresentano circa l’85% del totale, sono promossi da aziende farmaceutiche o produttori di dispositivi medici o prodotti nutraceutici con lo scopo d’immettere sul mercato nuovi prodotti o rafforzare la posizione di prodotti già registrati (Nicora, 2024).
Gli studi no profit, invece, pur rappresentando una quota minore (15%), ricadono nell’ampia categoria della ricerca indipendente e sono promossi da soggetti pubblici, come il Ministero della Salute, Aifa, Aziende Sanitarie, Università, Irccs, oppure privati senza scopo di lucro, come associazioni scientifiche, fondazioni, organizzazioni no profit e altro.
Questi studi possono essere finanziati non solo da fondi pubblici erogati dagli stessi promotori no profit, ma anche da fondi provenienti da aziende farmaceutiche (Angerame, 2020).
Collaborazione necessaria: superare i compartimenti stagni
In Italia prevale una diffusa tendenza a operare in modo isolato, secondo una logica di “compartimenti stagni”. Questo si riflette nel fatto che Irccs, Aou e ospedali agiscono spesso in modo indipendente, limitando le potenziali sinergie (Caterini e Jorio, 2023). Superare queste divisioni è fondamentale per ottimizzare risorse e competenze.
Un esempio virtuoso è il modello hub&spoke, che permette ai centri più avanzati (hub) di collaborare con strutture periferiche (spoke), estendendo i benefici della ricerca a territori meno attrezzati. Questa collaborazione non solo amplia la base di pazienti coinvolti negli studi ma riduce anche le disparità regionali nell’accesso all’innovazione (Ramponi, 2024).
È fondamentale che tutte le realtà sanitarie riconoscano la ricerca come parte integrante della produzione, evitando sprechi e duplicazioni. per esempio, i dati raccolti dai medici di medicina generale sono una risorsa preziosa per studi epidemiologici e per l’implementazione di strategie preventive (Magni et al., 2016).
Governance e stabilizzazione del personale
La precarietà del personale dedicato alla ricerca è una delle sfide principali. Molte figure professionali operano con contratti temporanei o in condizioni d’incertezza, con il rischio di perdere competenze essenziali. Stabilizzare queste risorse è cruciale per mantenere l’eccellenza e la competitività (Iucci, 2024).
In questo contesto, le Direzioni Generali hanno un ruolo chiave. Devono implementare politiche che valorizzino la ricerca, come la creazione di fondi dedicati alla ricerca no profit, la reintegrazione dei proventi in progetti innovativi e il supporto amministrativo agli sperimentatori (Angerame et al., 2020).
Inoltre, strumenti come lo “sportello unico per la ricerca clinica” adottato dall’Aou di Padova dimostrano che un supporto metodologico e amministrativo efficiente può ridurre i tempi di avvio degli studi e aumentarne la fattibilità (Tessarin, 2024).
Articolo a cura di
E. Croce, F. De Nardo, Università Cattaneo LIUC, S. Loss Robin, R. Garone, AOU Maggiore della Carità Novara, A. Rinaudo, AOU San Luigi Gonzaga, Torino, S. Pagano, ASL Città di Torino, D. Kozel, ASL VCO, A. Penna, G. Zulian, ASL Novara


