Con la sua capacità di mettere in stallo la maggioranza dei Paesi del mondo, il Covid-19 sta lentamente modificando il modo di pensare in molti ambiti.
Nel mondo ospedaliero, per esempio, fornisce l’occasione per ripensare modelli e mettere in discussione abitudini consolidate.

Questo è stato l’argomento di discussione tra quattro esperti di altrettanti importanti gruppi sanitari statunitensi, andato in onda sul canale StanfordMed Live. Hanno partecipato: David Entwistle, presidente e ceo dello Stanford Health Care; Kevin W. Sowers, presidente del Johns Hopkins Health System e vicepresidente esecutivo della Johns Hopkins Medicine; Johnese Spisso, presidente dell’UCLA Health e CEO dell’UCLA Hospital System; Gene Woods, presidente e ceo dell’Atrium Health.

Il messaggio principale dell’evento è che questa crisi sta facendo da volano per una serie di cambiamenti e innovazioni che erano nell’aria, ma che stentavano a decollare. Una tra tutte, l’uso della telemedicina, ma non solo: pensiamo alla rapidità con la quale sono stati individuati vaccini contro la pandemia o allo sforzo organizzativo messo in campo dai Paesi coinvolti per condurre una vaccinazione di massa, probabilmente la prima della storia.

Johnese Spisso sottolinea che questa condizione ha in qualche modo spinto all’innovazione anche l’ingegneria medica e sta portando migliorie nella salute pubblica: l’esperta fa riferimento, per esempio, all’uso della stampa 3D per produrre i dispositivi di protezione individuale all’interno del sistema UCLA Health, così da poter effettuare i tampone e tutte le altre pratiche di cura in completa sicurezza.

Sebbene negli Usa la stampa 3D sia certamente più diffusa che da noi, questo è stato un evento, perché si è sfruttata una tecnologia ancora di nicchia per una produzione su larga scala.
Da parte sua, Eugene Woods nota che in questo ultimo anno anche la ricerca ha avuto una accelerazione, con risultati che arrivano molto più rapidamente che in passato. «senza contare che siamo riusciti a vaccinare 20.000 persone in un solo weekend, ovvero una ogni 4.5 secondi.
Una volta ci avremmo messo mesi e mesi anche solo per pensarci».

La velocità è uno degli aspetti che caratterizza questa pandemia: se il virus corre rapido, occorre essere altrettanto rapidi per poterlo in qualche modo contrastare. Come accennato, uno degli ambiti che ha goduto maggiormente dalla pandemia e dalla necessità di mantenere le distanze tra individui è senza dubbio la telemedicina: l’uso alle visite a distanza sta diventando una abitudine che resterà anche a pandemia conclusa, di fatto permettendo l’accesso alla salute a molte più persone.

Certo, quanto fatto è importante ma non basta: «occorre ricordare che non tutti hanno un wi-fi a casa e che non tutti possono permettersi un tablet, uno smartphone o un computer», sottolinea Kevin Sowers.

C’è ancora un problema di accessibilità, quindi, inoltre Sower ha ricordato che alcune specialità funzionano meglio in presenza, come la dermatologia: bisogna dunque individuare gli ambiti nei quali questa soluzione può funzionare al meglio.

Un altro interessante aspetto evidenziato durante l’evento è la creazione di collaborazioni tra servizi governativi e sociali e sistemi sanitari per risolvere alcuni problemi di carattere sociosanitario sviluppatesi negli ultimi mesi: «queste esperienze, per quanto piccole, ci hanno insegnato secondo me dei modelli positivi che si potranno implementare in futuro», ricorda Spisso.
Non solo gli Stati Uniti si interrogano su cosa è cambiato in questo anno di pandemia e su cosa di positivo è nato e deve essere conservato e sviluppato: questo processo è in essere in molte altre aree del Paese, compresa l’Italia.

Stefania Somaré

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