Soccorrere un arresto cardiaco: oltre la metà degli italiani teme l’impatto psicologico

Quando si verifica un arresto cardiaco, le conseguenze non coinvolgono soltanto la persona colpita, ma anche chi presta soccorso, che può essere esposto a un impatto emotivo rilevante. In Italia, solo il 48% della popolazione dichiara che sarebbe pronta a intervenire e, tra questi, il 52% teme che l’esperienza possa lasciare un forte disagio psicologico e il bisogno di parlarne con qualcuno.

Per Italian Resuscitation Council (IRC), questo dato segnala con chiarezza la necessità di includere anche il supporto psicologico nei percorsi formativi, così da rafforzare una cultura più completa della rianimazione cardiopolmonare.

supporto psicologico ai soccorritori nell’arresto cardiaco

A evidenziare questo scenario è una ricerca condotta per IRC dall’Osservatorio Opinion Leader 4 Future, Credem e Università Cattolica.

Le fasce più esposte al contraccolpo emotivo

L’impatto psicologico emerge in misura maggiore in quei gruppi sociali che più facilmente possono trovarsi in contesti di assistenza o responsabilità, come chi ha già vissuto un arresto cardiaco in famiglia (57%) o ha avuto un’esperienza diretta di soccorso (57%). Anche molte donne (58%) e molti millennials (58%) affermano che, dopo aver aiutato qualcuno, sentirebbero il bisogno di confrontarsi con altre persone.

Conoscenze limitate e timori che bloccano

La ricerca descrive inoltre una preparazione tecnica ancora insufficiente: solo il 13% degli italiani conosce bene le procedure di soccorso in caso di arresto cardiaco, mentre il 41% ne ha solo una conoscenza “a grandi linee” e il 46% non le conosce affatto.

A frenare l’intervento non sono però soltanto le competenze tecniche mancanti, ma anche le emozioni che accompagnano l’emergenza: la paura di peggiorare la situazione (56%), il timore di non essere all’altezza (42%), il panico (12%) e la paura di essere ritenuti responsabili in caso di esito negativo (15%). Secondo Italian Resuscitation Council (IRC), questi dati mostrano quanto sia importante una formazione che, oltre alla tecnica, rafforzi sicurezza, consapevolezza e fiducia.

Katya Ranzato, presidente di Italian Resuscitation Council (IRC), osserva: «Questi dati confermano che l’insegnamento delle manovre salvavita è essenziale, ma non basta: occorre promuovere una cultura che riconosca anche l’impatto emotivo dell’arresto cardiaco. La dimensione psicologica dei soccorritori e dei sopravvissuti e delle loro famiglie deve diventare parte della catena della sopravvivenza. Ogni cittadino può fare la differenza: prepararlo, sostenerlo e metterlo in condizione di agire con fiducia è la strada per salvare molte più vite e per restituire a quelle stesse vite un’esistenza di qualità. Dove la popolazione è più preparata sul primo soccorso, le probabilità di sopravvivenza a un arresto cardiaco possono triplicare e si possono ridurre gli esiti invalidanti che ne possono derivare».

La ricerca segnala anche un limite informativo importante sulla presenza dei defibrillatori automatici esterni (DAE) nel territorio. Solo il 37% degli italiani ritiene che vicino alla propria casa, entro 500 metri, sia disponibile un DAE, mentre una persona su cinque ammette di non averci mai fatto caso. La consapevolezza risulta più alta tra i giovani, tra chi ha un livello di istruzione più elevato e tra le persone che hanno già ricevuto una formazione, a conferma di quanto l’informazione sia decisiva per rendere questi dispositivi più “visibili” e quindi più utilizzabili.

Formazione, supporto e rapidità di intervento

La necessità di rafforzare le competenze dei cittadini e la loro tenuta emotiva appare ancora più urgente se si considera che ogni anno in Europa si registrano circa 400.000 arresti cardiaci extraospedalieri, di cui 50.000 in Italia. Eppure, solo nel 58% dei casi chi assiste interviene e appena nel 28% viene utilizzato un defibrillatore, con una sopravvivenza media dell’8%. Ogni minuto senza intervento fa diminuire del 10% le probabilità di sopravvivenza, mostrando con evidenza come formazione, supporto psicologico e accesso ai DAE debbano procedere insieme per rendere la popolazione davvero pronta ad agire.

«I dati emersi dalla ricerca dell’Osservatorio confermano che in determinate situazioni, come dover soccorrere una persona in arresto cardiaco, oltre alla conoscenza della tecnica siano necessarie consapevolezza e fiducia per superare la barriera della paura e dell’impatto emotivo. Sapere infatti che oltre la metà degli italiani teme il contraccolpo psicologico post-soccorso ci spinge a riflettere su quanto sia fondamentale una cultura dell’emergenza che prenda in considerazione anche il supporto umano» ha dichiarato Luigi Ianesi, responsabile relazioni esterne di Credem.

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