La minaccia delle infezioni correlate all’assistenza (ICA) e l’impennata dell’antimicrobico-resistenza (AMR) rischiano di vanificare molti successi clinici. In questo scenario, l’approccio biologico alla sanificazione rappresenta un cambio di paradigma radicale: non più il deserto microbico, teorico e transitorio, ma una rimodulazione stabile e sicura del microbioma ospedaliero.
Ne abbiamo parlato con la prof.ssa Elisabetta Caselli dell’Università di Ferrara, la cui attività di ricerca sul sistema PCHS (Probiotic Cleaning Hygiene System) traccia da anni una nuova via per la sicurezza dei pazienti.
Combattere i batteri con i batteri
Partiamo dai dati scientifici. Il concetto “combattere i batteri con i batteri” segna una svolta affascinante. In che modo il sistema PCHS agisce sul microbioma ospedaliero rispetto ai prodotti classici e quale impatto ha avuto l’uso massiccio di disinfettanti durante la pandemia di Covid-19?
«La nostra ricerca su possibili approcci di sanificazione ecosostenibili destinati ad ambienti sanitari va avanti da quasi vent’anni», fa sapere la prof.ssa Caselli. «In questo periodo tutti gli studi hanno confermato che è possibile usare batteri “buoni” per rimuovere i patogeni dagli ambienti trattati, sfruttando la naturale capacità di alcuni selezionati ceppi di probiotici di combattere e rimpiazzare i patogeni.
In sostanza, il sistema di sanificazione probiotica messo a punto dall’Università di Ferrara insieme a Copma scrl (Probiotic Cleaning Hygiene System, PCHS) si è dimostrato capace di riequilibrare stabilmente il microbioma ospedaliero, garantendo un’azione prolungata e costante nel tempo (contrariamente ai disinfettanti, che si inattivano in circa un’ora), e senza indurre ulteriore AMR (come invece fanno i disinfettanti), ma riducendola fino al 99.9%.
Ciò in modo sicuro per i pazienti ospedalizzati. Già numerosi studi in passato avevano riportato l’induzione di AMR da parte dei disinfettanti chimici, ma il periodo pandemico ha confermato su campo queste osservazioni, mostrando un netto aumento di AMR a seguito dell’uso massiccio di disinfettanti chimici, tanto che l’OMS ha paventato il rischio di pandemia da AMR. È quindi sempre più urgente ridefinire l’applicazione di sistemi che siano efficaci nel controllo del bioburden senza contribuire ulteriormente all’aumento di AMR».
Gli ostacoli all’adozione del PCHS
L’adozione di questa tecnologia non è ancora omogenea. Quali sono i principali ostacoli che rallentano l’adozione del PCHS come standard in Italia e come si sta muovendo il resto d’Europa?
«Prima del Covid-19 il PCHS era già usato in molti ospedali e ora è stato reintrodotto nelle strutture sanitarie che ne hanno fatto richiesta non appena la normativa legata all’emergenza pandemica lo ha permesso.
Oggi il sistema è pienamente utilizzabile. Probabilmente, uno dei problemi che ne impedisce l’implementazione come standard è insito nel fatto che di rado gli appalti per le pulizie ospedaliere sono premianti per i sistemi innovativi. Spesso poi le Direzioni finiscono per scegliere i sistemi tradizionali, più conosciuti e affini a una mentalità radicata.
Tuttavia, continuare come si è sempre fatto non può portare cambiamenti nella soluzione di problemi come la diffusione di AMR e l’incidenza di ICA, che in Italia è allarmante (un terzo dei decessi per AMR in Europa). Manca anche una conoscenza generalizzata di ciò che si può ottenere con questi sistemi innovativi, nonostante sempre più studi scientifici controllati mostrino che la rimodulazione stabile del microbioma ospedaliero è associata a calo significativo di AMR e ICA (negli ospedali italiani un calo del 52% delle ICA in 6 ospedali trattati).
In Italia noto anche un certo immobilismo, mentre in Germania, per esempio, sulla base di un paio di studi recenti la commissione IPC ha introdotto la sanificazione probiotica nelle linee guida per il contrasto alle infezioni e all’AMR. Questo tipo di documenti potrebbe essere molto utile nella possibile introduzione del PCHS come standard».
Il ruolo della sorveglianza
Per bloccare i patogeni prima che colpiscano il paziente, la prevenzione si sposta sulla sorveglianza. Attualmente come è gestito il monitoraggio delle superfici nei reparti e quale salto di qualità offrono i moderni sistemi di analisi molecolare, come la PCR e il sequenziamento NGS nel mappare il rischio infettivo e nel misurare la reale efficacia dei protocolli di pulizia?
«Il monitoraggio del bioburden ambientale emerge sempre più come indice fondamentale nella prevenzione delle infezioni, perché il microbioma ambientale identifica i patogeni, la loro eventuale AMR e delinea il rischio di contrarre ICA. Il rischio di contrarre un patogeno è significativamente maggiore per i pazienti ricoverati in stanze prima occupate da soggetti colonizzati o infettati da quel patogeno.
I metodi culture-based, pur mostrando limiti di sensibilità e tempistiche, possono fornire informazioni importanti. Il problema è che non vengono effettuati, se non in zone specifiche dell’ospedale (sale operatorie, camere bianche). Non si monitorano le degenze, dove i pazienti ospedalizzati permangono e possono contrarre ICA.
Questo è un aspetto su cui insistere molto. Nella mappatura del microbioma ospedaliero sono di grande aiuto i sistemi basati su analisi molecolari, che noi abbiamo usato in tutti i nostri studi poiché sono in grado di fornire una fotografia completa della popolazione microbica contaminante in tempi molto ridotti e con sensibilità elevata (rispetto ai sistemi d’indagine colturale).
Nonostante siano molto informativi, questi metodi (PCR e NGS) sono ancora poco usati per il monitoraggio ambientale. Al contrario, solo conoscendo la composizione del microbioma indoor si può prevedere la potenziale insorgenza di ICA e controllare la diffusione di AMR, fornendo anche utili report in caso di cause legali. Solo verificando come cambia il microbioma ospedaliero dopo il cleaning si può affermare se il sistema di sanificazione scelto funziona o no. Il monitoraggio microbiologico dovrebbe diventare un perno fondamentale delle strategie IPC, essendo in grado di fornire evidenze dell’efficacia dei sistemi di igienizzazione e di prevenire gli eventi avversi associati alla persistenza microbica negli ambienti trattati».


