Le criticità strutturali del sistema di emergenza-urgenza e il sovraffollamento del Ssn hanno assunto il ruolo di determinanti autonome del rischio clinico, con pesanti ricadute sulla responsabilità dei professionisti che operano al loro interno, travalicando il confine del dibattito gestionale per entrare prepotentemente in quello medico-legale.
In un contesto dove sovraffollamento e boarding dei pazienti in barella erodono il tempo della diagnosi, il confine tra l’errore del singolo e la colpa del sistema si fa sempre più labile, andando ad alimentare un contenzioso che allontana i giovani medici dalla prima linea.
L’analisi medico-legale e il problema della colpa
Con il prof. Vittorio Fineschi, professore ordinario di Medicina Legale all’Università Sapienza di Roma e figura chiave della Commissione ministeriale per lo studio e l’approfondimento delle problematiche relative alla colpa professionale medica – intervenuto sul tema anche in occasione dell’Accademia dei Direttori Simeu, ospitata a Roma nel mese di novembre – abbiamo analizzato la criticità triadica che caratterizza i Pronto Soccorso di tutta Italia, innescando ricadute di carattere giuridico: carenza di organico, eccesso di domanda e fragilità organizzative.
Quella del prof. Fineschi non è una semplice analisi accademica, ma un grido d’allarme supportato da una rigorosa pubblicazione scientifica su Responsabilità Civile e Previdenza (1). Fineschi ha messo a nudo la vulnerabilità di un sistema in cui l’errore non è quasi mai un evento isolato, ma il prodotto di un ambiente patologico in cui il tempo dell’attesa finisce per erodere drammaticamente il tempo della cura, trasformando il soccorritore in potenziale imputato.
Considerazioni queste che pesano come macigni all’interno della Commissione ministeriale per la riforma della colpa professionale e dalle quali bisogna necessariamente partire per orientare il dibattito sulla responsabilità professionale medica dei Pronto Soccorso verso soluzioni normative e contrattuali non più rimandabili.
La strada indicata dal prof. Fineschi passa sia attraverso soluzioni tecniche (come l’equiparazione tra buone pratiche e linee guida) sia attraverso un rilancio governativo fatto di incentivi economici e soluzioni pratiche, indispensabili per restituire dignità e sicurezza a chi opera nell’emergenza-urgenza.
Overcrowding come moltiplicatore di rischio clinico
Nell’analisi del prof. Fineschi, il sovraffollamento emerge come un fattore di rischio clinico documentato, una variabile che entra prepotentemente nel calcolo della responsabilità professionale e che non rappresenta più, e soltanto, il disagio dell’utenza o la percezione di un servizio scadente, ma incide sulla sopravvivenza stessa del paziente.
L’overcrowding può essere definito come una «situazione in cui il normale funzionamento del Pronto Soccorso viene impedito dalla sproporzione tra la domanda sanitaria, costituita dal numero di pazienti in attesa e in carico, e le risorse disponibili, fisiche e/o umane e/o strutturali necessarie a soddisfarla» (2), come riportato nelle Linee Guida del Ministero.
Questa situazione, soprattutto se costante, può avere gravi conseguenze sui pazienti – in termini di peggioramento degli outcome, aumento della mortalità, ritardi di valutazione e trattamento, aumento dei tempi di degenza, rischio di nuovo ricovero a breve termine, ridotta soddisfazione del paziente, esposizione agli errori –, sugli operatori: mancata aderenza alle linee guida e alle raccomandazioni di buona pratica clinica, aumento dello stress e del burnout, aggressioni al personale sanitario, ma anche sul sistema sanitario stesso, con un prolungamento dei tempi di permanenza in Pronto Soccorso e di degenza in ospedale.
Nella sua disamina Fineschi ha sottolineato che il medico legale deve porsi una domanda scomoda ma necessaria: è possibile in sede di giudizio distinguere l’errore del singolo da quello strutturale? La risposta risiede nella consapevolezza che l’ambiente del Pronto Soccorso altera il rapporto medico-paziente e comprime i tempi della decisione clinica. Quando i numeri eccedono la capacità di gestione, la struttura stessa smette di essere luogo di cura per diventare moltiplicatore di rischio.
«Il sovraffollamento non rappresenta soltanto un disagio per l’utenza, ma si configura come un problema di responsabilità professionale che non riguarda solo la struttura ma anche il singolo medico», ha spiegato Fineschi, evidenziando come questa tematica sia oggi il centro nevralgico della giurisprudenza sanitaria.
Perdita di chance, innesco del conflitto legale
Il nodo centrale che spinge il paziente o i suoi familiari alla denuncia è anzitutto il concetto di perdita di chance. Se il sovraffollamento o le disfunzioni organizzative impediscono un intervento tempestivo, il paziente perde una possibilità reale di guarigione o di salvezza che avrebbe avuto in condizioni ordinarie. È proprio questa chance perduta a generare il contenzioso.
«Quando il sovraffollamento impedisce un intervento tempestivo, il paziente perde una possibilità di guarigione. Di questa perdita deve rispondere civilmente l’azienda». Spesso i media parlano di dimissioni precoci, ma Fineschi ha chiarito che il termine è tecnicamente fuorviante.
«Non sono dimissioni precoci, ma dimissioni fatte sulla scorta degli esami diagnostici eseguiti e che non hanno portato a nulla perché il tempo utile per l’osservazione è stato mangiato dall’attesa pre-visita». Il paziente che percepisce una cura tardiva si sente vittima di un’ingiustizia contrattuale e umana, trasformando la barella del Pronto Soccorso nell’anticamera di un tribunale.
Le due facce della responsabilità: audit civile e dramma penale
Fineschi ha descritto con crudo realismo i due scenari che un medico di Pronto Soccorso si trova a gestire, spiegando che hanno impatti umani totalmente differenti. Il primo è quello civilistico, prettamente risarcitorio.
«Spesso dobbiamo gestire solo civilmente la pratica perché la richiesta giunge all’ufficio contenzioso della struttura, che inizia un audit interno e una gestione del sinistro». Se si rinvengono responsabilità, l’azienda procede a risarcire.
Questa è la situazione migliore per il sanitario: l’azienda paga e il medico ne risponde solo in caso di colpa grave, senza che la struttura debba rivalersi sul singolo. Il secondo scenario è invece molto più drammatico: la denuncia penale.
«Se il paziente decede, i familiari spesso per rabbia sporgono denuncia penale, un atto che non richiede grandi formalità. Si apre così un calvario giudiziario che coinvolge personalmente il medico e che può durare anni. Benché la sospensione dall’attività sia molto rara («l’ho vista 2-3 volte in tutta la mia carriera»), il medico continua a operare in condizioni di stress inaudito.
«Si immagini in che condizioni lavora chi ha uno o più procedimenti pendenti, che possono protrarsi per molti anni. Si va al lavoro già con il peso delle responsabilità ordinarie, se si aggiunge il fardello di un contenzioso lungo, operare diventa molto difficile. Un medico che lavora in un grande Pronto Soccorso può avere anche più procedimenti pendenti contemporaneamente».
Medicina difensiva: un surplus di esami senza beneficio
La diretta conseguenza di questo clima inquisitorio e del timore della perdita di chance è la medicina difensiva. Per proteggersi da processi infiniti il medico prescrive esami esorbitanti rispetto alle reali necessità. Fineschi sottolinea che questo fenomeno è un’ombra statistica.
«Nonostante ciò che viene detto riguardo al numero di casi e ai costi della medicina difensiva, il fenomeno non è stato ancora stimato in maniera esatta, sia con riferimento alla sua ricorrenza sia con riferimento ai costi che produce al Ssn». Tuttavia, l’impatto negativo è certo. «Produce costi eliminabili per il sistema e, soprattutto, danneggia il paziente perché ne allunga e rallenta l’iter all’interno del Pronto Soccorso. Spesso sono costi aggiuntivi senza alcun reale beneficio clinico».
La medicina difensiva è dunque la risposta distorta di chi cerca uno “scudo documentale” contro la rabbia dei familiari e i tempi della giustizia, finendo per ingolfare ulteriormente lo stesso sistema che lo sta mettendo sotto accusa.
Oltre la Gelli-Bianco: le riforme della Commissione Nordio
Per scardinare questo circolo vizioso, l’esperto ha illustrato le soluzioni concrete studiate dalla Commissione ministeriale di cui fa parte. Il limite maggiore della legge Gelli-Bianco è stato identificato nella rigidità delle linee guida, che non possono coprire l’infinità delle casistiche cliniche dell’urgenza.
«In tal senso, la commissione Nordio ha apportato due modifiche essenziali che spero saranno presto recepite in sede parlamentare: il cambiamento dell’articolo che regola la responsabilità penale, che è fondamentale, e l’equiparazione delle buone pratiche alle linee guida».
Nell’emergenza-urgenza, dove i comportamenti codificati sono la norma, questa modifica cambierebbe tutto.
«Visto che le linee guida non sono sufficienti a determinare tutte le possibili casistiche, equiparare le buone pratiche alle linee guida comporterebbe un miglioramento interpretativo enorme. Seguire una buona pratica vuol dire anche economizzare il percorso del paziente, eliminando il surplus di esami inutili e la medicina difensiva».
Esigibilità della condotta e realtà ambientale
Spostando l’analisi sul piano penale, il prof. Fineschi ha richiamato il principio dell’esigibilità della condotta. In un processo, il magistrato deve chiedersi se si possa pretendere la perfezione da un medico sotto stress estremo che gestisce il triplo dei pazienti previsti. La giurisprudenza deve pesare la carenza di organico come elemento che limita la colpa. Fineschi non invoca l’impunità, ma un principio di realtà.
«Le profonde difficoltà organizzativo-culturali non sono certamente risolvibili nel breve periodo», ha ricordato. Il lavoro della Commissione mira proprio a far sì che questi criteri di realtà ambientale vengano recepiti dal legislatore, proteggendo il medico che opera dove lo standard di cura ideale è reso impossibile dalle condizioni strutturali.
Rilancio della professione: incentivi per il rischio
Davanti a un sistema che vede i bandi andare deserti – mancano almeno 3.500 medici e il 17% dei turni è scoperto, stando alla survey Simeu –, Fineschi è categorico: non basta riformare le leggi, bisogna rilanciare la professione. Un giovane laureato oggi evita la medicina d’urgenza perché è considerata troppo usurante e rischiosa.
«Puoi avere tutta la passione che serve, ma nessuno sceglierebbe un’attività più a rischio di altre specialità a causa del contenzioso. Questo determina la caduta della richiesta». La soluzione dev’essere rapida: agevolare le scuole di specializzazione e creare un beneficio economico aggiuntivo per il rischio.
«Bisogna incentivare non solo chi sceglie la specialità oggi, ma anche chi già opera nell’emergenza-urgenza rispetto a chi svolge attività molto più tranquille e a minore esposizione».
Senza contare che l’Emergenza-Urgenza è, per sua natura, una delle poche branche della medicina che non prevedono attività privata o intramuraria: senza incentivi salariali, il numero di medici sarà sempre minore, portando i Pronto Soccorso al collasso definitivo.
Riorganizzazione del territorio e umanizzazione
La soluzione politica resta la riorganizzazione territoriale. La questione triadica – aumento della richiesta, carenza di medici, difficoltà organizzative – richiede un territorio che faccia realmente da filtro, evitando che il paziente «resti ore o giorni in un’Osservazione Breve Intensiva in attesa che si sblocchi la situazione».
Fineschi punta sull’umanizzazione e sul coinvolgimento del paziente tramite PROMs e PREMs. «Monitorare l’esperienza del cittadino, specialmente nel difficile periodo del boarding, può fornire all’azienda i dati per correggere le distorsioni e, soprattutto, può disinnescare quella rabbia che porta alla denuncia penale, ricostruendo il patto di fiducia tra medico e paziente».
Un impegno per la salvaguardia del sistema
In sintesi, la “diagnosi” del Prof. Fineschi è un appello alla politica e alla società: per salvare i Pronto Soccorso non bastano i protocolli, serve proteggere la dignità e la salute mentale dei professionisti.
Tra riforme della colpa penale, equiparazione delle buone pratiche, incentivi economici e riorganizzazione dei flussi, la sfida è chiara: trasformare la trincea dell’emergenza in un luogo di cura sereno, dove la vita del paziente sia difesa dalla scienza e non minacciata da un contenzioso senza fine. Solo così si potrà garantire che l’eccellenza della medicina d’urgenza non affoghi nel caos del sovraffollamento.
Bibliografia
1) Turillazzi E., Riccardi S., Morena D., et al. Sovraffollamento, attesa, rischio clinico e responsabilità nell’emergenza-urgenza: riflessioni giuridiche e medico-legali sull’attività del Pronto Soccorso, n. 4/2025
2) Linee d’Indirizzo Nazionali per lo Sviluppo del Piano di Gestione del Sovraffollamento in PS – Ministero della Salute – Direzione Generale della Programmazione Sanitaria
Articolo tratto da Tecnica Ospedaliera di luglio 2026


