Antibiotico-resistenza: lo stato dell’arte

Tra le tante sfide che la sanità di oggi deve affrontare c’è quella dell’antibiotico-resistenza.
Lo scorso 15 novembre lo European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) ha pubblicato il documento annuale “Surveillance of antimicrobial resistance in Europe”, relativo al 2017. Si tratta del risultato del lavoro dello European Antimicrobial Resistance Surveillance Network (EARS-Net), al quale partecipano 30 Paesi, tra cui anche l’Italia.

La sorveglianza viene svolta soprattutto nei confronti di alcuni batteri, noti per aver sviluppato resistenze e responsabili di parecchie infezioni, anche ospedaliere: Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa, Acinetobacter species, Streptococcus pneumoniae, Staphylococcus aureus, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium.

Il rapporto ECDC mette in evidenza il fatto che, nonostante si parli di contrastare l’antibiotico-resistenza e vi siano linee guida e indicazioni su come muoversi, ci sono ancora molti batteri o gruppi di batteri che mostrano resistenza agli antibiotici, con un gradiente crescente evidente che va da nord a sud e da ovest a est. In generale, si osserva un lieve aumento della resistenza di ceppi di E. coli alla terza generazione di cefalosporine (dal 14,2% del 2014 al 14,9% del 2017).

Al contrario, non si osservano aumenti nelle resistenze di K. Pneumoniae nei Paesi partecipanti. Bisogna però sottolineare che ceppi di K. Pneumoniae sono stati indicati come resistenti ai carbapenemi, con percentuali superiori al 10%. Questa resistenza risulta essere molto frequente in Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter.

In generale si può dire che i Paesi che hanno individuato le maggiori resistenze di questi 4 ceppi gram negativi le hanno trovate anche negli altri gruppi. La situazione di Streptococcus pneumoniae sembra invece stabile.
Positivi i dati generali per Staphylococcus aureus, per il quale continua a ridursi la resistenza alla meticillina. La diminuzione è consistente: dal 19,6% del 2014 al 16,9% del 2017. Se ci concentriamo sull’Italia, però, le antibiotico-resistenze sono ancora alte.

In un comunicato stampa dell’Istituto Superiore di Sanità si ricorda, inoltre, che un altro studio ha calcolato i costi legati alle infezioni antibiotico-resistenti in vari Paesi, tra cui anche il nostro: si stima che l’Italia dovrà spendere 13 miliardi di dollari da qui al 2050.

Qualche dato positivo, però, c’è. Lo ricorda anche l’ISS: vi è un trend in calo per l’uso di antibiotici in comunità, un trend in calo della resistenza agli antibiotici in Pseudomonas aeruginosa e un lieve calo nella resistenza ai carbapenemi in Klebsiella pneumoniae.

Le iniziative volte a ridurre questo problema sono molte in tutta Italia, ma i dati del Rapporto OCSE ci ricordano che c’è ancora molto da fare, anche perché, insieme a Grecia e Portogallo, siamo il Paese con il numero maggiore di decessi da antibiotico-resistenza.

Stefania Somaré

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