Diabete e territorio, l’indagine di Cittadinanzattiva

In Italia quasi il 6% della popolazione soffre di diabete: si parla di 3,4-4 milioni di cittadini ai quali vanno aggiunti 1-1,5 milioni di persone che si stima soffrano di diabete senza ancora saperlo. Le Regioni del Sud sembrano essere le più colpite, con Calabria (8%), Molise (> 7%) e Sicilia (> 7%) che superano nettamente la percentuale media italiana di 5,8%. E sempre al Sud la mortalità per diabete è più alta rispetto al resto del Paese, pari a 4,48/10.000, seguita a stretto giro dalle Isole, con un 4,26/10.000. Centro e Nord Italia hanno invece valori dimezzati, rispettivamente di 2,61/10.000 e 2,2/10.000. Il risultato è di 20.000 morti all’anno.

Questi alcuni dei dati della II indagine di Cittadinanzattiva sul diabete “Disuguaglianze, territorio, prevenzione, un percorso ancora lungo”.

Come sempre, lo strumenti di lavoro sono stati questionari inviati a cittadini e professionisti. Più nel dettaglio, 6.743 file sono stati inviati a cittadini: di questi, è risultato che il 78% avesse diabete di tipo 2, il 18% diabete di tipo 1, lo 0,3% diabete gestazionale e il 2,5% altre forme di diabete. L’indagine ha principalmente cercato di delineare la qualità dei percorsi terapeutici proposti ai pazienti diabetici: dalle risposte ricevute pare che la rete dei centri diabetologici funzioni molto bene, mentre ci sono ancora carenze nel raccordo tra i diversi specialisti che ruotano intorno al paziente e la medicina di territorio.

La maggior parte dei diabetici è in cura presso un centro specializzato o in un reparto ospedaliero che si occupa anche di diabete: questi generalmente (64%) danno una valutazione positiva al PDTA in cui sono inseriti, perché permette loro di ricevere maggiori informazioni (43%), garantisce un maggior controllo della malattia (52%) e un più facile accesso a dispositivi e tecnologie per l’autocontrollo della glicemia (7%), e perché più urganizzato e continuativo nella presa in carico (73%).

Migliora l’uso della prenotazione di visite ed esami da parte del centro diabetologico stesso (73%), ma ancora il 27% dei pazienti devono fare da sé. Interessante sottolineare che molti diabetici pagano di tasca proprio strisce reattive, lancette pungidito, gel glucosio convertito, cerotti e sensori per il monitoraggio della glicemia (86%), per un ammontare di varie centinaia di euro l’anno.

Più nel dettaglio, l’indagine rivela che il 13% spende circa 100 euro l’anno, il 33% circa 300 euro, il 6% circa 450 euro, il 7% circa 1.000 euro e il 19% circa 1.500 euro, con punte sino a 3.000 euro. Altro aspetto importante riguarda la gestione del diabete attraverso l’educazione a stili di vita più sani, in primis l’introduzione dell’attività sportiva che è stata dimostrata essere un importante tassello terapeutico dalla letteratura.

Bene, oltre la metà degli intervistati dichiara di non svolgere alcuna attività fisica con regolarità (era circa il 43% nell’indagine precedente)… e più della metà di quanti non svolgono attività fisica con regolarità si concentra nella fascia di età tra 20 e 39 anni (14%) e tra 40 e 64 anni (42%).

Ultimo, ma non per importanza, l’indagine ha chiesto ai pazienti quale sia stato l’impatto del Covid-19 sul loro percorso terapeutico. Oltre il 50% degli intervistati ha dichiarato che il proprio Centro o servizio di diabetologia ha sospeso l’attività durante il lockdowa, ma anche a 6 mesi o addirittura un anno dall’avvio della pandemia. Più accessibili sono stati gli ambulatori delle ASL: il 12% degli intervistati ha ottenuto da 3 a 5 appuntamenti.

Solo nel 33% dei casi vi è stata l’attivazione di un controllo da remoto della patologia, con telefonate, chat, collegamenti web o piattaforme di telemedicina. Insomma, molti dei pazienti sono stati un poco abbandonati a se stessi, come d’altronde è valso per altre patologie croniche. L’indagine è molto dettagliata.

La si trova al seguente link: https://www.cittadinanzattiva.it/files/comunicati/salute/Seconda_Indagine_civica_sul_Diabete.pdf.

Stefania Somaré

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