Tra il 1955 e il 2017 i casi di tubercolosi in Italia sono diminuiti, passando da 12.247 a 3944, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica l’Italia come un Paese a bassa incidenza di malattia.
Ciononostante, avere a disposizione strumenti per diagnosticare in modo rapido i pochi casi che ancora si verificano è fondamentale per ridurne il rischio di diffusione.

Uno studio statunitense-peruviano ha voluto presentare due nuovi tool per diagnosticare la tubercolosi ai suoi primi stadi di sviluppo e per trattare le infezioni latenti (Ruoran Li, Francesco Nordio, Chuan-Chin Huang, Carmen Contreras, Roger Calderon, Rosa Yataco, Jerome T Galea, Zibiao Zhang, Mercedes C Becerra, Leonid Lecca, Megan B Murray, Two clinical prediction tools to improve tuberculosis contact investigation, Clinical Infectious Diseases, ciz1221).
Tra il 2009 e il 2012 ricercatori di Boston (Massachusetts) e Tampa (Florida) hanno intrapreso una ricerca prospettica su una coorte di 14.044 pazienti.

Basandosi su questi pazienti, hanno quindi sviluppato due modelli clinici di predizione che identificano i contatti con pazienti con tubercolosi a elevato rischio di progressione e la presenza di possibili casi di infezione latente.
I modelli sono stati quindi validati su una coorte di 296 pazienti, dimostrando di essere più utili dei modelli già esistenti del 5-10%.

Stefania Somaré

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