Il protocollo Eras (Enhanced Recovery After Surgery) rappresenta una delle innovazioni più significative degli ultimi decenni in ambito chirurgico. Nato con l’obiettivo di ottimizzare il recupero postoperatorio attraverso un insieme di pratiche multimodali e multidisciplinari, l’Eras ha dimostrato di ridurre i tempi di degenza, migliorare il controllo del dolore, limitare le complicanze e aumentare la soddisfazione del paziente e della famiglia.
I dati raccolti in chirurgia dell’adulto, a livello internazionale, hanno ormai consolidato il valore di questo approccio, tanto che numerose linee guida e società scientifiche ne hanno sancito l’efficacia. Molto più recente è invece il percorso dell’Eras in età pediatrica. Se nell’adulto i primi studi risalgono a oltre trent’anni fa, nel bambino l’applicazione ha avuto uno sviluppo più lento e complesso. Le prime evidenze scientifiche strutturate sono comparse soltanto negli ultimi anni, con la pubblicazione di linee guida specifiche nel 2022. Questo ritardo è legato alle peculiarità fisiologiche del paziente pediatrico e alle difficoltà metodologiche nella ricerca clinica su questa popolazione.
A che punto siamo oggi con l’Eras pediatrico? Quali sono i risultati e le prospettive future? Ne abbiamo parlato con il dott. Fabio Sbaraglia della UOC Anestesia delle Chirurgie Specialistiche e Terapia del Dolore I, Irccs Policlinico Gemelli di Roma.
Dall’adulto al pediatrico
Il protocollo Eras nasce negli anni Novanta con l’obiettivo di migliorare l’esito dei pazienti chirurgici attraverso un approccio integrato che coinvolge anestesisti, chirurghi, infermieri, nutrizionisti e fisioterapisti. Il protocollo non si limita a un singolo atto clinico, ma prevede un insieme di interventi coordinati che spaziano dalla preparazione preoperatoria al recupero postoperatorio. Tra gli elementi chiave vi sono la riduzione del digiuno preoperatorio, la gestione ottimale del dolore con tecniche multimodali, la mobilizzazione precoce e la rialimentazione rapida del paziente.
Nell’adulto l’applicazione sistematica dell’Eras ha dimostrato benefici concreti: riduzione della degenza ospedaliera, minori complicanze postoperatorie, migliore esperienza del paziente e un utilizzo più razionale delle risorse sanitarie. Non sorprende, quindi, che le società scientifiche internazionali abbiano progressivamente adottato e diffuso linee guida specifiche per diverse aree chirurgiche, dall’addominale all’ortopedica, fino alla ginecologica e toracica.
Molto più graduale, invece, è stato lo sviluppo dell’Eras in pediatria, come sottolinea il dott. Fabio Sbaraglia: «i frutti iniziano a vedersi solo ora: le prime linee guida sono del 2022, mentre i primi contributi ai congressi risalgono al 2018. Basti pensare che ancora nel 2017 autorevoli studiosi si domandavano se avesse davvero senso parlare di Eras nel bambino, proprio perché in questa fascia d’età esistono implicazioni e criticità che nell’adulto non si riscontrano».

Le ragioni di un percorso più lento
Se l’Eras in ambito adulto è ormai realtà consolidata, il cammino in pediatria si è rivelato più complesso. A incidere è anzitutto la grande variabilità interindividuale dei pazienti in età evolutiva: bambini con la stessa età anagrafica possono presentare differenze anatomiche, metaboliche e fisiologiche tali da rendere difficile la standardizzazione dei percorsi e, di conseguenza, la raccolta di dati solidi negli audit clinici.
«Nel bambino ci sono implicazioni che nell’adulto non esistono», continua Fabio Sbaraglia. «Pensando, per esempio, a due neonati a termine, entrambi di quattro chili e senza comorbidità, dobbiamo già considerare differenze sostanziali nella composizione corporea: il rapporto tra massa muscolare e tessuto adiposo, la quota di grasso bruno (metabolicamente attivo) rispetto al grasso bianco, meno attivo. A queste variabili si aggiunge il grado di maturazione degli enzimi deputati al metabolismo, che nei primi mesi di vita può cambiare rapidamente. È evidente come due pazienti in apparenza simili possano avere risposte cliniche del tutto diverse di fronte allo stesso intervento o trattamento. Tutto questo rende molto difficile applicare criteri di uniformità, fondamentali quando si devono valutare i risultati di un protocollo».
Oltre agli aspetti clinici, esistono poi fattori culturali e organizzativi: la tradizione medica tende a essere più cauta con il paziente pediatrico e la realizzazione di studi randomizzati controllati in questa popolazione incontra ostacoli etici significativi. Infine, non vanno trascurate le difficoltà legate alle risorse: l’implementazione dell’Eras richiede formazione, personale e volumi di pazienti adeguati, condizioni non sempre disponibili nei percorsi pediatrici. Nonostante queste barriere, oggi la situazione è in rapida evoluzione: il processo è avviato e le prospettive di sviluppo sono concrete.


