Gli infermieri sono una parte essenziale della macchina sanitaria ma, secondo un recente studio della Ohio State University College of Nursing, quelli che lavorano nell’emergenza sono soggetti a più elevati livelli di stress, depressione e ansia. Questo già prima della pandemia.

È probabile che questi dati siano trasferibili anche ad altre realtà e non riferibili solo a quella statunitense. C’è di più: questi stati portano a errori infermieristici che potrebbero essere facilmente evitati.

Bernadette Melnyk, College of Nursing at Ohio State (Usa)

Spiega Bernadette Melnyk decana del College of Nursing at Ohio State: «questi errori vengono fatti da infermieri appassionati e adeguatamente formati ma che sperimentano depressione, ansia e scarsa salute fisica. È quindi importante che gli ospedali creino programmi basati sull’evidenza per supportare le proprie équipe cliniche con resilienza».

Una strategia per far lavorare bene il personale sanitario e ridurre gli errori correlati al burntout.
Il survey nazionale ha individuato che circa due infermiere su cinque impiegate in area critica presenta sintomi di depressione e oltre la metà l’ansia.
Inoltre, più del 60% dà un punteggio di cinque alla propria salute fisica, su una scala di dieci.

Lo Ohio State Wexner Medical Center ha a tempo avviato alcuni programmi di sostegno ai propri dipendenti, tra cui programmi che offrono assistenza psicologica, counseling, mindfulness coaching, pet teraphy e altro ancora.
Tutto per aumentare le abilità nell’ambito del benessere personale e promuovere la resilienza.

Stefania Somaré

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