Future Health Index 2018, la value-based healthcare parte dalla connected care e dal digitale

Nella terza edizione dello studio Future Health Index, Philips introduce il value measure, un indicatore che ha l’obiettivo di misurare l’effettiva capacità di un sistema sanitario di generare valore sulla base di tre fattori chiave: accesso, soddisfazione ed efficienza.

Il report di quest’anno si basa sul presupposto che un modello sanitario basato sul valore e supportato dalle tecnologie connesse costituisca l’approccio più efficace per far fronte alle sfide della sanità odierna.

Sedici i Paesi coinvolti nello studio: Arabia Saudita, Australia, Brasile, Cina, Francia, Germania, India, Italia, Paesi Bassi, Russia, Singapore, Spagna, Stati Uniti, Sud Africa, Svezia e UK.
L’Italia (punteggio 41,78) è in linea con la media globale (43,48); lo score massimo è di Singapore (54,61), ma è fanalino di coda in un’Europa guidata dalla Germania (score 50,93). Tuttavia, il nostro Paese ha ampi margini di miglioramento in termini di livello di soddisfazione, raccolta e analisi dei dati clinici e investimenti in telemedicina.

La connected care e le soluzioni basate sull’intelligenza artificiale sono opportunità concrete per il progresso della sanità, sia in ottica di efficienza e sostenibilità del sistema sia nell’ambito del miglioramento dell’esperienza di cura del paziente.

I tre obiettivi dello studio sono misurare e confrontare il valore generato in ambito sanitario in ciascun paese preso in esame, riflettere sul gap dell’Italia rispetto ai dati globali ed europei per l’attuazione di una strategia efficace di value-based healthcare e verificare lo stato della connected care nel sistema sanitario, condizione ineludibile per accelerare il percorso verso un modello di sanità del valore.Lo studio FHI in Italia ha coinvolto 1.500 cittadini e 200 professionisti sanitari, dai quali sono state raccolte percezioni ed esperienze su accesso alla sanità, soddisfazione per i servizi erogati ed efficienza complessiva del sistema sanitario, confrontati con dati di terze parti (le terze parti considerate sono: OMS, Banca Mondiale, International Data Corporation, Osservatorio Innovazione Digitale in sanità 2018).
Inoltre, per valutare il livello di adozione della connected care, le interviste si sono focalizzate sulle modalità di raccolta e analisi dei dati clinici (e, quindi, sulle opportunità date dall’intelligenza artificiale) e di erogazione dei servizi di cura con un focus sugli investimenti in telemedicina.

«Mai come quest’anno è chiara l’esigenza di ripensare il paradigma che definisce l’erogazione della cura e di stimolare un dialogo aperto verso una trasformazione definitiva dei modelli tradizionali di assistenza», dichiara Stefano Folli, CEO e presidente Philips Italia, Israele e Grecia. «Ormai è sempre più necessario passare da logiche di costo a logiche di valore, rimodulare i criteri da prestazione a percorso terapeutico, da costo per singolo servizio a bundle a pacchetto, da sistema ospedale-centrico a sanità territoriale con strutture per la presa in carico del paziente e centri di alta specializzazione. Questo paradigma impone un ruolo fondamentale alla tecnologia e alla connected care, fornendo una base per migliorare l’accesso, l’integrazione e l’efficienza del sistema e rappresentando la condicio sine qua non nel percorso verso la value-based healthcare».

Stefano Folli, CEO e presidente Philips Italia, Israele e Grecia

Dicevamo che l’Italia ha ampi margini di miglioramento.
Nel confronto con gli altri Paesi coinvolti nello studio, l’accesso alla sanità è lievemente superiore alla media grazie al minore peso dei costi per gli interventi chirurgici che gravano sui pazienti (1% rispetto alla media del 16%; dati World Bank 2014).

Tuttavia, il punteggio dell’Italia è frenato da una densità inferiore alla media di professionisti sanitari qualificati (97 per 10.000 abitanti rispetto a una media di 109; dati OMS 2013-2016) e di letti ospedalieri (34 per 10.000 abitanti contro 38 della media; dati OMS 2009-2015 Global Health Observatory Data Repository).

Il punteggio di soddisfazione dell’Italia verso i servizi erogati è sostanzialmente sotto la media dei 16 Paesi, registrando un punteggio di 44,97 contro 52,85 degli altri partecipanti.
Vi è però una differenza sostanziale tra popolazione generale e professionisti sanitari: per i primi il dato scende al 39,13, evidenza supportata dal fatto che solo un italiano su tre sente soddisfatti i propri bisogni. Più ottimisti, anche se sotto la media, i professionisti (score 50,82).

La discriminante è il grado di fiducia espresso dagli intervistati (il 36% si fida poco o per nulla). Complessivamente il paziente italiano è consapevole di vivere in un Paese in cui il servizio sanitario è una ricchezza, ma lamenta la difficoltà ad accedere ai servizi in primis a causa della disparità di trattamento tra le varie Regioni e delle lunghe liste d’attesa.

Infine, il dato relativo all’efficienza è di poco sopra la media (27,24 contro 26,69), segno che la spesa sanitaria è usata in modo efficace. Un punteggio rafforzato da risultati superiori alla media (90 contro 77,3; dati OMS 2015-2016) in termini di stato complessivo di salute, ma leggermente frenato dalla spesa sanitaria di poco superiore alla media come percentuale del PIL (9,2 contro 9; dati World Bank 2014).

La value-based healthcare è un nuovo approccio strategico al miglioramento dei sistemi sanitari che per poter funzionare deve essere quantificato: per questo sono fondamentali modelli informatici capaci di monitorare sistematicamente costi e risultati.
La connected care lavora in questo senso e oggi rappresenta la soluzione più sostenibile ed efficiente per integrare l’hardware (database e dispositivi), il software (strumenti di analisi), i servizi e le norme sull’accesso ai dati per permettere ai diversi attori del sistema sanitario di essere sempre connessi e condividere le informazioni.

Philips gode in questo contesto di un osservatorio privilegiato perché in Italia ha una considerevole presenza di installato.
Questo è importante perché, da sole, queste macchine costituiscono una rete che si dirama su tutto il territorio, una rete di dati, informazioni, tecnologia predittiva e correttiva che può essere controllata da remoto e sulla quale si appoggiano dei sistemi informativi.
Fare leva su questo patrimonio di dati, insight ed expertise è il primo passo per supportare le strutture ospedaliere nell’adozione di una connected care reale e concreta, in grado di fare da ponte verso una sanità basata sul valore.

Gli intervistati rivelano ancora scarsa conoscenza delle nuove tecnologie, ma ne riconoscono l’importanza e si dicono pronti ad adottarla, certi che porterà vantaggi concreti al loro modo di vivere la salute lungo tutto il continuum of care.
D’altra parte, la raccolta dei dati clinici è già avviata grazie all’introduzione della cartella clinica elettronica (CCE). Tuttavia l’Italia è sotto la media globale per gli investimenti nello sviluppo della CCE e sui dispositivi indossabili per la salute (punteggio 22,97, oltre 5 punti sotto la media).

Basso il dato di adozione sia negli ospedali (spesa per letto sui 1.800 $ contro una media di quasi 2.500 $; dati Grand View Market Research 2016 “Medication Management Market Report”) sia a livello ambulatoriale (spesa pro capite 3,61 $ contro la media di 4,67 $). Inoltre, solo un terzo dei medici di medicina generale dichiara di usare la CCE (Statista Italy: level of usage of the Electronic Health Record in 2017).

Gli ostacoli principali sono legati alla privacy dei dati e alla lacune dell’infrastruttura tecnologica italiana, che potrebbero avere un ruolo preponderante nei più bassi livelli di adozione: il 41% della popolazione afferma di non fidarsi del fatto che un’azienda entri in possesso dei propri dati personali. Inoltre, l’Italia ha il più basso tasso di penetrazione di internet rispetto alla media globale: 61% contro 74% (World Bank 2017).

L’analisi dei dati clinici è ancora difficoltosa in Italia (sotto la media 34 contro 38,39). Esistono differenze significative tra gli investimenti nell’analisi dei dati per la diagnosi iniziale e in quelli per la pianificazione del percorso terapeutico: i primi sono in linea con la media globale (0,06 $ pro capite), mentre i secondi sono inferiori (0,02 vs 0,03 $; dati Future Health Index 2017). Eppure l’impiego dell’intelligenza artificiale per il nostro Paese è una sfida e un’opportunità concreta che gli intervistati già intravedono.

Infine, nell’erogazione dei servizi di cura siamo decisamente sotto la media: 14,69 a fronte del 22,41 della media: un punteggio penalizzante, frenato da investimenti ancora troppo bassi in telemedicina e diagnostica per immagini.
Nonostante l’Italia abbia un tasso di adozione pro capite superiore alla media di applicazioni pay-to-use per il monitoraggio remoto dei pazienti (0,0028 contro 0,0023 pro capite; dati Statista 2014), lo stato attuale dell’assistenza sanitaria è potenzialmente limitato dalla mancanza di unità e personale dedicati alla telemedicina a livello ospedaliero, ambulatoriale e domiciliare (dati Grand View Research 2016 “Remote Patient Monitoring Devices Report”).
Soprattutto, però, mancano processi in grado di definire e regolamentare i flussi di lavoro nel contesto della teleassistenza, sia hospital-to-home sia tra ospedali.

Eloquente il dato riportato dal Politecnico di Milano: benché nel 2017 le strutture sanitarie italiane abbiano investito circa 24 milioni di euro in questo ambito, il 38% dei direttori delle aziende sanitarie reputa la telemedicina un ambito molto rilevante (dati Osservatorio innovazione Digitale in Sanità 2018). Anche, quando si tratta di imaging, l’Italia scende sotto la media in diverse aree, tra cui PET, SPECT, MRI, TC e raggi x (dati Grand View Market Research 2016 “Medical Imaging Market”), registrando uno score di 12,05 contro una media di 19,31.

Cristina Suzzani

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