Interviste motivazionali per migliorare coinvolgimento dei pazienti cardiopatici

La maggior parte delle patologie croniche richiede un alto tasso di partecipazione da parte del paziente che si deve impegnare, per esempio, a modificare stili di vita. Può essere necessario cambiare alimentazione, oppure aumentare la propria attività fisica o le interazioni sociali… e poi ci sono i farmaci da prendere tutti i giorni, che devono essere ricordati e presi nel modo corretto.

Di recente uno studio dell’Hospital del Mar Medical Research Institute di Barcellona ha dato indicazione della superiorità di un intervento di educazione sanitaria basato su interviste motivazionali rispetto alla modalità tradizionale.

Nello studio l’approccio è portato avanti da infermiere appositamente formate con un corso di 30 ore. I pazienti cui è rivolto l’approccio sono quelli con scompenso cardiaco cronico. 96 i pazienti coinvolti nel braccio sperimentale dello studio; il gruppo di controllo consiste invece di pazienti già trattati in precedenza, selezionati per rispondere agli stessi requisiti dei nuovi e creare quindi due gruppi omogenei.

I pazienti dei due gruppi sono stati seguiti con una organizzazione simile: 6 mesi di intervento, una visita iniziale di 45 minuti seguita da 5-7 visite da 30 minuti.

Nel gruppo di controllo l’infermiera/e controlla alcuni dei comportamenti del paziente, come fumo, alcol, dieta ed esercizi, oltre all’aderenza alla terapia. Lo scopo finale è rinforzare la capacità di cura del paziente nei propri confronti.

Il gruppo studio, invece, è stato seguito in modo differente, con un approccio basato su empatia e spirito motivazione. Per questo gruppo, inoltre, le visite sono state monitorate e analizzate.

Una volta analizzati i gruppi da un punto di vista statistico gli autori si sono accorti che al momento 0 il gruppo studio era formato da persone con minore conoscenza sanitaria, maggiore disabilità cognitiva e score NYHA, per fare alcuni esempi.

Quindi, anche se il livello finale dei due gruppi è risultato omogeneo, il gruppo studio è migliorato più di quello di controllo. Anche la qualità di vita riportata era maggiore nel gruppo di intervento rispetto a quello di controllo e anche la capacità di prendersi cura di sé era decisamente maggiore, sia in senso generico sia in senso più strettamente sanitario: erano ottimi, per esempio, il comportamento durante la consulenza, l’aderenza terapeutica autonoma e l’aderenza supportata dal sanitario.

Gli autori portano anche alcune giustificazioni a questi risultati, non sempre in accordo con altri di letteratura: sottolineano che gli infermieri che hanno condotto i colloqui motivazionali erano ottimamente formati e che il protocollo di intervento era molto più lungo della media.

Il nuovo tipo di approccio coinvolge direttamente i pazienti nelle decisioni relative la loro salute, magari prevedendo un cambio di stile di vita graduale, fatto di piccoli passi scelti insieme al paziente stesso. In questo modo i cambiamenti diventano parte della vita del paziente, che li ha scelti e accolti. Sempre con il supporto del proprio motivatore. Un approccio calibrato sul paziente che forse meriterebbe di essere studiato ulteriormente.

(Lo studio: Garcimartín, Paloma PhD, MSc, RN; Astals-Vizcaino, Monica PsyD; Badosa, Neus RN; Linas, Anna RN; Ivern, Consol RN; Duran, Xavier PhD, MSc; Comín-Colet, Josep MD, PhD The Impact of Motivational Interviewing on Self-care and Health-Related Quality of Life in Patients With Chronic Heart Failure, The Journal of Cardiovascular Nursing: September 7, 2021 – Volume – Issue – doi: 10.1097/JCN.0000000000000841)

Stefania Somaré

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here