Liste d’attesa, cosa fanno le Regioni?

È indubbio che un’eredità importante lasciata dalla pandemia da Sars-CoV-2 sono le lunghe liste d’attesa per interventi chirurgici in elezione e visite specialistiche ambulatoriali.
Già prima della pandemia il nostro Paese non brillava per rapidità nel fornire le prestazioni necessarie ai pazienti, soprattutto in alcune specialità, tanto da indurre molti cittadini a rivolgersi al privato.

Causa lockdown del 2020 e misure di sicurezza necessarie per svolgere le prestazioni ambulatoriali e non, in tutela dal Covid-19, le liste d’attesa si sono allungate. Per far fronte a questa situazione, il decreto-legge del 14 agosto 2020, n.104, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 ottobre 2020 n.126 ha previsto l’erogazione di fondi destinati alle Regioni che presentino un piano di recupero sui ritardi accumulati nelle liste d’attesa. Cittadinanzattiva ha seguito questo tema con una indagine ad hoc, presentandone i risultati nei giorni scorsi.

Il primo passo è stato inviare istanze di accesso civico generalizzato via pec ai Presidenti delle Regioni italiane e delle Province Autonome per sapere come questi abbiano deciso di muoversi per il rientro delle liste d’attesa: più nel dettaglio, l’associazione ha inviato un set di domande, alcune molto specifiche e altre più generiche. Per legge, le Regioni sono tenute a rispondere entro 30 giorni dalla ricezione di questo genere di richiesta: si sono comunque astenute Basilicata, Calabria, Lazio, Lombardia, Toscana e Veneto.

Inoltre, solo Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Molise e Provincia Autonoma di Trento hanno risposto a tutti i quesiti, mentre le altre hanno dato risposte parziali, se non addirittura messo a disposizione solo le delibere. Una condizione che racconta della trasparenza ancora non totale presente nel nostro Paese, oltre che della mancanza di omogeneità del modo in cui vengono forniti i dati.

Le PA che hanno risposto alle richieste di Cittadinanzattiva hanno un piano per il rientro delle liste d’attesa e hanno quindi chiesto il contributo da parte dello Stato, ma solo la PA di Trento ha fornito dati aggiornati in merito alle liste d’attesa al 30 giugno 2021: un recupero sui ricoveri dell’1,3%, sugli screening oncologici del 39,7% e sulle prestazioni specialistiche ambulatoriali del 73%. Tutte le altre Regioni hanno inviato dati aggiornati al 31 dicembre 2020, per di più in parecchi casi incompleti.

Ecco quanto riportato nel Report. Regione Abruzzo è rientrata del 24,9% per i ricoveri, del 64,33% per gli screening oncologici e del 43,3% per le prestazioni specialistiche ambulatoriali; PA di Bolzano ha fornito solo i dati relativi alle visite specialistiche ambulatoriali, rientrate del 11,9%; Friuli Venezia Giulia è rientrata dello 0,78% per le prestazioni ambulatoriali e del 1,27% per i ricoveri; Marche dichiara di aver recuperato il 50-70% di visite specialistiche e ricoveri; Liguria ha recuperato il 38,14% delle visite specialistiche; Valle d’Aosta ha recuperato il 32% dei ricoveri, il 49,6% degli screening oncologici e il 39,5% delle visite specialistiche ambulatoriali; Emilia Romagna dichiara di aver recuperato il 95% delle visite che erano state sospese; Umbria ha recuperato il 2,03%. Come si vede, la disomogeneità è come sempre la caratteristica dominante: questa in gran parte è legata alla differenziazione dei Sistemi Sanitari Regionali e all’autonomia sanitaria stessa. È però chiaro che, a seconda della Regione di domicilio, i cittadini possono attendere di ricevere trattamenti anche molto diversi fra loro, situazione che “forse” non è molto equa.

Stefania Somaré

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