A settembre di quest’anno, secondo l’ultima elaborazione indipendente di Salutequità sui dati pubblici della Piattaforma Nazionale Liste di Attesa gestita da Agenas, sono solo tre le Regioni che raggiungono la soglia di garanzia del 90% di rispetto dei tempi massimi in tutte le classi di priorità monitorate per le prime visite: Basilicata (che però non riporta il dato delle urgenze), Marche e Lazio, che si aggiunge alle prime due, poco più di 7,7 milioni di abitanti, il 13,1% della popolazione italiana. Per gli esami diagnostici a raggiungere il parametro in tutte le classi sono solo Basilicata (sempre senza il dato delle urgenze) e Veneto, circa 5,4 milioni di abitanti, il 9,1% della popolazione.
«Anche la Corte dei conti conferma l’allarme che ormai da tempo abbiamo lanciato: servono risultati, controlli più efficaci, esercizio effettivo dei poteri sostitutivi, dati aggiornati e completi e maggiore responsabilità. Il diritto dei cittadini al rispetto dei tempi massimi di attesa previsti dalla Legge rimane molto critico. In Piattaforma Nazionale Liste di Attesa mancano dati sui percorsi di tutela e sul rapporto tra prescritto ed erogato» dichiara Tonino Aceti, presidente di Salutequità.
«Non cerchiamo classifiche, ma risposte reali ai cittadini – continua Aceti – e il parziale miglioramento registrato non significa che la Regione rispetti i tempi massimi: perfino la soglia del 90%, prevista dalla normativa, lascia persone in attesa oltre i termini ritenuti adeguati alla loro condizione di salute. Nelle prime visite sette territori peggiorano e dodici migliorano, sui diciannove confrontabili. È difficile parlare di svolta. Ad oggi, purtroppo, la realtà è che il diritto del cittadino al rispetto dei tempi massimi di attesa previsti dalla Legge è garantito solo in tre regioni per le visite e in due per gli esami, compromettendo il diritto di accesso alle cure».
Il confronto con giugno mostra un quadro ancora critico. Per le prime visite, incluse le urgenze, 12 territori su 19 migliorano il rispetto dei tempi massimi, mentre 7 peggiorano. Per gli esami diagnostici si registrano 12 miglioramenti e 8 peggioramenti su 20 territori. Considerando insieme visite ed esami, 11 territori migliorano e 8 arretrano sui 19 confrontabili. Il confronto riguarda 19 regioni per l’assenza dei dati sulle urgenze della Basilicata e, per le visite, della Provincia autonoma di Bolzano; per gli esami i territori confrontabili salgono così a 20. Il miglioramento rispetto al 2025 rilevato da Agenas è un segnale positivo, ma l’analisi di Salutequità evidenzia che i progressi restano limitati e disomogenei.
«I numeri di settembre – prosegue Aceti – ci dicono che non possiamo ancora parlare di un’inversione di tendenza nelle liste d’attesa. Il miglioramento registrato negli esami diagnostici è un segnale da considerare, ma non può nascondere il peggioramento che interessa sette Regioni sul fronte delle prime visite. E quando mettiamo insieme le due tipologie di prestazioni, i progressi riguardano solo undici Regioni».
I risultati si inseriscono nel quadro tracciato dalla relazione della Corte dei conti, che la scorsa settimana ha segnalato carenze di personale, difficoltà organizzative, informazioni regionali incomplete e fondi non interamente utilizzati. Nel periodo 2022-2025, a fronte di circa 1,845 miliardi stanziati, risultano utilizzati circa 1,580 miliardi, pur con le cautele legate alla disomogeneità delle rendicontazioni.
Salutequità chiede maggiore trasparenza sui dati delle liste d’attesa, dalle prescrizioni non trasformate in prenotazioni ai percorsi di tutela, con informazioni pubbliche anche a livello di ASL. Sollecita inoltre CUP integrati, personale adeguato, controlli efficaci sull’uso dei fondi, responsabilità chiare e sanzioni nei casi previsti dalla legge.
«Le liste d’attesa devono diventare “veramente” il banco di prova delle Regioni nella garanzia dei LEA – conclude Aceti -. Oggi iniziamo ad avere molti dati, ma questi devono essere utilizzati anche a scopo “valutativo” e non soltanto informativo, come di fatto accade ancora oggi. Aver riportato i controlli dall’Organismo di verifica agli uffici del Ministero della Salute non risponde all’esigenza di rafforzarli».


