Oncoematologia, la rete come modello. L’esempio della Toscana

Nel corso degli ultimi 18 mesi caratterizzati dalla pandemia da Covid-19 si è discusso ampiamente di successi e insuccessi del nostro sistema sanitario nazionale. In alcuni casi sono state addirittura enfatizzate le disparità esistenti tra le diverse Regioni che hanno affrontato la pandemia con modalità e approcci diversi tra loro.

Il Covid ha inoltre messo in luce l’importanza della medicina di prossimità e quindi di un’efficiente sanità territoriale. Una serie di webinar promossi da Koncept, a partire dallo scorso settembre, ha fatto il punto sul post Covid per quanto concerne l’oncologia, evidenziando come la rete rappresenti il nuovo modello assistenziale.

La pandemia da Covid-19, al centro dell’attenzione nell’ultimo anno e mezzo, ha rappresentato un evento imprevisto e imprevedibile che ha portato alla luce i numerosi colli di bottiglia della sanità italiana. L’emergenza ha messo in evidenza l’importanza di cure di prossimità, di una efficiente sanità territoriale e di processi di digitalizzazione.

All’interno di questo dibattito si sono inseriti un ciclo di webinar organizzati da Koncept, conclusisi lo scorso 4 novembre con un ultimo appuntamento dal titolo: “Oncoematologia: la rete come modello della nuova organizzazione sanitaria. Guida per il futuro”.

Gli asset principali della rete

«Con questo evento si chiude il ciclo di Toscana Sanità Futura che ha evidenziato l’importanza della rete come modello di una nuova organizzazione sanitaria da esportare anche ad altri settori. La rete garantisce infatti prossimità, equità di accesso e diritto all’innovazione che, in particolare nel campo oncologico, rappresenta un elemento imprescindibile», ha commentato in apertura Gianni Amunni, presidente ISPRO e coordinatore della Rete Oncologica Toscana.

«La vuol dire anche squadra, il cui obiettivo è quello di curare al meglio il paziente. Un altro elemento non trascurabile è quello della governance, ovvero la capacità del network di programmare un percorso assistenziale per il paziente. La rete è inoltre lo strumento più efficace per affermare il primato del percorso sulla singola prestazione».

A livello di criticità, Amunni ha ricordato l’importanza di un riallineamento delle Regioni a livello nazionale, in quanto non è pensabile che persistano ancora forti disparità regionali e che alcune realtà manchino ancora di una rete.

Inoltre, guardando al futuro, più che parlare di Lea, sarebbe opportuno parlare di Lea organizzativi. Infine, è necessario creare un’organizzazione capace di leggere e anticipare i cambiamenti epidemiologici e quelli riguardanti l’innovazione scientifica.

A livello italiano, 3,5 milioni di pazienti oncologici rappresentano un carico troppo gravoso per poter essere gestito esclusivamente a livello ospedaliero. A tal fine è necessario creare nuovi setting assistenziali di livello territoriale e aprirsi alle nuove prospettive offerte anche dall’istituzione dei Molecular Tumor Board.

Per quanto concerne poi la rete ematologica, la stessa deve essere tutt’uno con quella oncologica, in modo da migliorare i processi osmotici tra le due.

Il problema dei farmaci ad alto costo in oncologia

«Scegliere la rete vuol dire mettere il paziente al centro dell’intervento, facendo scelte diagnostico-terapeutiche ottimali per quest’ultimo all’interno della regione», ha sostenuto Fausto Roila, coordinatore della Rete Oncologica Umbra. Parlando dei farmaci ad alto costo, Roila ha lamentato che la maggioranza di essi viene approvata dagli enti regolatori – EMA e AIFA – in base a studi di fase II.

Questo implica che non si abbia, in oltre il 50% dei casi, cognizione su quale sia il reale endpoint sul paziente in termini di guarigione, sopravvivenza o qualità della vita. Dal 2010, ha ricordato ancora il Coordinatore della rete umbra, un gruppo di esperti della rete oncologica fa raccomandazioni sui farmaci ad alto costo: è importante infatti che gli stessi vengano adottati dagli oncologi ma con la consapevolezza della loro reale efficacia.

I ritardi determinati dal Covid-19

Negli ultimi 18 mesi le attività della rete sono state pressoché azzerate, ha ricordato Roila. Oggi, molti pazienti presentano una malattia avanzata e non più operabile. Inoltre, la rete dell’Umbria presenta un grande ritardo nell’informatizzazione.

«Sarebbe infatti importante informatizzare tutta la Regione con le stesse modalità così che tutti i medici oncologi del territorio possano accedere ai documenti del paziente. Altresì, il non avere cartelle cliniche informatizzate implica non poter disporre, un domani, di dati real world e big data: basti pensare alle centinaia di casi di tumore della mammella che vengono trattati ogni anno. Nell’arco di 10 anni si raggiungerebbe un patrimonio di informazioni inestimabile».

Un altro tassello imprescindibile rispetto all’opportunità di creare un’oncologia del territorio – considerando che i pazienti oncologici si stanno cronicizzando e numerose attività di follow-up possono essere svolte in altre sedi diverse dall’ospedale – è quello di una adeguata formazione e un più intenso rapporto tra specialista e medico di medicina generale.

La rete del Piemonte verso un rinnovamento

La dottoressa Franca Fagioli, presidente dell’Associazione Italiana Oncologia Pediatrica, da sempre coordinatrice della rete oncolematologica pediatrica e adesso anche della rete oncologica piemontese, ha sottolineato che ai centri oncologici della regione faranno parte anche i 14 centri oncoematologici. Il primo punto della nuova rete è la creazione di PDTA, di cui il primo, relativo al tumore della mammella, è stato appena portato a termine.

Un altro punto nodale è la ricerca clinica e quindi una centralizzazione delle diagnosi a livello nazionale, soprattutto per quanto riguarda l’oncoematologia pediatrica, ponendo fine, per tale via, ai viaggi della speranza.
La rete deve essere infatti in grado di intercettare tutti i casi e assicurare assistenza di altissima qualità e spostamenti sono laddove indispensabile.

Paolo Pronzato, della rete oncologica ligure, ha messo in guardia circa la delocalizzazione del paziente oncologico sul territorio. Innanzitutto, ha ricordato, devono esserci standard minimi delle strutture a livello di strumentazioni di cui dispongono. Inoltre, il paziente oncologico diventato cronico potrebbe aver bisogno di trattamenti che necessitano una sua ricentralizzazione, come ad esempio le innovative Car-T.

L’avvio del progetto di sperimentazione dell’oncologia territoriale in Toscana

La Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, un importante osservatorio a livello nazionale, ha avviato da qualche anno una collaborazione con ISPRO e con la rete oncologica toscana per offrir loro supporto sul governo e sull’utilizzo dei farmaci. E’ stato inoltre attivato un approfondimento sull’utilizzo reale dei servizi da parte dei pazienti.

«Al momento», ha sostenuto Francesca Ferrè, «stiamo affiancando la rete oncologica nella sperimentazione dell’oncologia territoriale che durerà 12 mesi. La sperimentazione prevede l’attivazione di ulteriori servizi di prossimità per il paziente che assicurino continuità assistenziale, oltre a investimenti in infrastrutture tecnologiche e servizi interconnessi. Al termine del periodo si andrà ad accertare se questa organizzazione ha prodotto risultati in termini di miglioramento e tempestività delle cure e soddisfazione dei pazienti e dei professionisti».

L’importanza della prevenzione

In chiusura, Gianni Amunni si è intrattenuto sull’importanza della prevenzione primaria e secondaria che deve entrare a pieno titolo nel DNA dell’oncologia. Del resto, se è vero che il 35% dei tumori sono prevenibili in ragione delle buone pratiche individuali e collettive, e se le donne che si sottopongono regolarmente allo screening mammografico hanno una prognosi migliore di 10 punti percentuali rispetto a quante fanno solo controlli sporadici, è necessario fare una profonda riflessione.

Elena D’Alessandri

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