Ripensare il rischio clinico una prospettiva organizzativa

Il rischio clinico deriva da interazioni tra strutture organizzative, pratiche professionali e processi decisionali. Gli autori esaminano la gestione del rischio clinico come fenomeno organizzativo e mostrano come gli approcci orientati all’apprendimento, l’uso integrato dei dati e il coinvolgimento manageriale ne supportino la mitigazione proattiva. La gestione del rischio clinico è inquadrata come leva strategica per migliorare la sicurezza dell’assistenza, la resilienza organizzativa e la sostenibilità del sistema

In ambiti caratterizzati da processi complessi e ad alta interdipendenza, come quelli sanitari, la gestione del rischio assume un ruolo centrale per la sicurezza delle cure e la sostenibilità organizzativa. L’assenza di una cultura del rischio solida e condivisa espone le organizzazioni sanitarie a criticità che possono incidere sulla salute dei pazienti, generare contenziosi e compromettere l’efficienza complessiva del sistema. Pertanto, incorporare una cultura del rischio a tutti i livelli dell’organizzazione è essenziale per garantire ambienti di cura sicuri ed efficaci.

Importanza del risk management

Il risk management è un processo aziendale finalizzato a valutare e pianificare le attività necessarie alla riduzione del potenziale impatto negativo di variabili interne o esterne all’organizzazione sul conseguimento degli obiettivi aziendali (Mezzopera, 2024). Il risk management in sanità – inteso come insieme dei processi finalizzati a individuare, monitorare, valutare, mitigare e prevenire i rischi nelle strutture sanitarie e salvaguardare la sicurezza dei pazienti (Odone, 2019) – ha un ruolo ancora più critico. La crescente complessità dei percorsi assistenziali, la necessità di coordinamento tra molteplici professionalità e l’elevato livello di incertezza che caratterizza l’attività clinica richiedono un approccio strutturato e proattivo alla gestione del rischio.

L’importanza di tale approccio è riconosciuta anche sul piano normativo, come evidenzia la legge 8/3/2017 n. 24, nota come legge Gelli-Bianco “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitari”. Questa colloca la sicurezza delle cure tra gli elementi costitutivi del diritto alla salute e attribuisce alla gestione del rischio un ruolo trasversale, coinvolgendo l’intera organizzazione sanitaria e tutte le figure professionali che vi operano (Ministero della Salute, 2017).

Ruolo del risk manager

Il risk manager, figura chiave per la tutela dell’azienda, ha un ruolo strategico nell’identificare, analizzare e mitigare i potenziali rischi. Valutando gravità e frequenza di ciascun rischio, definisce misure preventive o correttive, monitorandone costantemente l’efficacia nel tempo. Una conoscenza approfondita dei processi e della struttura organizzativa aziendale è requisito imprescindibile per l’efficace successo di tale ruolo.

Ricerche su un campione rappresentativo di 165 ospedali italiani evidenziano che un approccio sistematico e globale alla gestione del rischio produce risultati tangibili e misurabili (Mezzopera, 2024). Il paradigma “conosco, gestisco, controllo” sintetizza l’essenza di questa disciplina: una profonda comprensione dei rischi consente la gestione efficace e il monitoraggio costante della loro evoluzione, garantendo un contesto operativo più sicuro e resiliente.

Fattori culturali

Un problema culturale profondamente radicato continua a compromettere l’efficacia della gestione del rischio nel settore sanitario, poiché parte degli operatori, spesso condizionata da timori reputazionali o dinamiche organizzative percepite come punitive, tende a non segnalare eventi critici o situazioni potenzialmente rischiose (Dhamanti, Leggat & Barraclough, 2020). Tale atteggiamento ostacola i processi di apprendimento organizzativo e limita la capacità delle strutture sanitarie di prevenire il ripetersi di eventi avversi, alimentando un circolo vizioso che può produrre effetti rilevanti sulla sicurezza delle cure. In tale prospettiva, l’investimento in formazione continua degli operatori sanitari è leva strategica per favorire il superamento della cultura del silenzio e promuovere ambienti di lavoro orientati a trasparenza e collaborazione (Marum, Verhoeven & Rooy, 2022). I percorsi formativi risultano più efficaci quando affiancano alle conoscenze teoriche lo sviluppo di competenze operative nella gestione del rischio, nell’analisi sistemica degli errori e nella comunicazione interprofessionale, rafforzando la consapevolezza del ruolo individuale nei processi di sicurezza (Mata et al., 2021).

Parallelamente, la condivisione strutturata di esperienze e segnalazioni tra le diverse realtà sanitarie assume valore centrale nel consolidamento di una cultura organizzativa orientata alla prevenzione. L’uso di strumenti analitici come l’Analisi delle Cause Profonde (ACP) consente di rilevare i rischi in modo sistematico, trasformando eventi e quasi-eventi in opportunità di apprendimento e favorendo il passaggio da approcci in prevalenza reattivi a strategie più proattive. Una simile impostazione rafforza la capacità dell’organizzazione di leggere i fenomeni in chiave sistemica, migliorando la gestione complessiva del rischio e contribuendo a costruire reti di apprendimento che sostengono il miglioramento continuo della qualità e della sicurezza delle cure.

I fattori culturali sono pertanto determinanti nella sostenibilità di politiche di gestione del rischio e la loro trasformazione richiede impegno coordinato su più livelli dell’organizzazione. Oltre alla formazione e alla condivisione di esperienze, è necessario promuovere modelli organizzativi che valorizzino responsabilità diffusa, trasparenza e fiducia reciproca, elementi determinanti per l’efficacia dei sistemi di sicurezza (Falsini et al., 2023).

In questo quadro, la leadership aziendale deve sostenere attivamente un clima organizzativo in cui la segnalazione di errori sia percepita come parte integrante dei processi di miglioramento e non come fonte di penalizzazione individuale. Politiche orientate al supporto e all’analisi sistemica dei problemi, integrate da strumenti tecnologici per il monitoraggio e l’analisi dei dati, possono contribuire a rafforzare la tempestività degli interventi correttivi e la maturità complessiva della cultura della sicurezza. Il coinvolgimento attivo e la valorizzazione degli operatori sanitari nei processi decisionali legati alla gestione del rischio completa tale prospettiva, favorendo situazioni più aderenti alla complessità operativa e rafforzando il senso di responsabilità condivisa.

Competenze per una gestione efficace del rischio sanitario

Lo sviluppo di una cultura della sicurezza è difficilmente sostenibile senza di un adeguato patrimonio di competenze distribuite all’interno dell’organizzazione. In tale prospettiva, la gestione del rischio sanitario richiede capacità differenziate, coerenti con i diversi livelli di responsabilità e con la complessità dei processi assistenziali.
A livello operativo, è centrale conoscere i principali fattori di rischio associati ai processi clinico-assistenziali, unitamente alla padronanza degli strumenti di segnalazione di eventi avversi e di quasi-eventi e alla conoscenza dei meccanismi organizzativi deputati all’analisi degli eventi e alla definizione delle azioni di miglioramento.

In tale quadro, la capacità di riconoscere, condividere e discutere in modo strutturato errori e quasi-errori è competenza essenziale per trasformare le criticità operative in occasioni di apprendimento professionale e organizzativo, orientando i comportamenti verso logiche di prevenzione più che di colpevolizzazione.

A livello di governance, le competenze richieste includono la capacità d’interpretare in modo sistematico la reportistica aziendale disponibile (reclami, sinistri, incident reporting, eventi sentinella) per monitorare l’andamento complessivo del rischio e individuare le macroaree prioritarie d’intervento. Tale lettura integrata dei dati consente di orientare le decisioni strategiche e allocare in modo più efficace le risorse dedicate alla sicurezza delle cure. Accanto alle competenze tecniche e analitiche, ruolo crescente hanno le competenze trasversali legate a comunicazione e coordinamento interprofessionale. La progressiva complessità dei percorsi di cura, caratterizzati da presa in carico di pazienti fragili e compresenza di molteplici attori assistenziali, rende necessario rafforzare la capacità di mappare e condividere i percorsi, chiarire ruoli e responsabilità e garantire continuità informativa lungo l’intero processo assistenziale.

Tali competenze contribuiscono in modo significativo a ridurre i rischi legati a discontinuità, frammentazioni e disallineamenti organizzativi. Nell’insieme, le competenze per la gestione del rischio configurano un patrimonio organizzativo che integra conoscenze, abilità operative e capacità di lettura sistemica dei processi. Un investimento mirato su tali dimensioni consente di superare una visione centrata sull’evento e orientare l’organizzazione verso una gestione del rischio strutturalmente integrata nei percorsi di cura e nei processi decisionali.

Integrazione della gestione del rischio nei processi decisionali strategici

L’integrazione del risk management nei processi decisionali strategici richiede un assetto di governance che ne riconosca il valore trasversale e ne garantisca la presenza stabile nelle sedi di programmazione e indirizzo. In diverse realtà organizzative, tale integrazione si realizza attraverso strutture collegiali dedicate, gruppi di lavoro multidisciplinari e organismi di coordinamento che consentono alla Direzione d’individuare priorità d’intervento e tradurre l’analisi dei rischi in azioni concrete sui macro-processi organizzativi. Attraverso tali strumenti, la gestione del rischio viene integrata nella definizione di linee guida, protocolli e percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali, contribuendo a rendere coerente l’assetto organizzativo con gli obiettivi di prevenzione e mitigazione del rischio clinico.

Ulteriore elemento d’integrazione riguarda il raccordo tra gestione del rischio, sistemi di qualità e politiche formative aziendali. L’allineamento del piano formativo agli obiettivi di sicurezza, attraverso iniziative rivolte a équipe multidisciplinari e multiprofessionali, contribuisce a consolidare nel tempo le scelte strategiche e renderle parte integrante dei processi decisionali. Tale approccio consente di superare una visione settoriale del rischio, collocandolo in una più ampia strategia di miglioramento continuo.

Infine, particolare rilievo assume l’integrazione della gestione del rischio nei processi di presa in carico dei pazienti complessi, fragili e cronici, soprattutto nei passaggi tra ambito ospedaliero e territoriale. Il coinvolgimento congiunto di figure quali il risk manager, i responsabili dei sistemi informativi e della telemedicina nei gruppi di progettazione e revisione dei percorsi assistenziali consente di affrontare in modo sistemico le criticità legate alla continuità delle cure, adattando le politiche di risk management alle specificità del contesto territoriale e organizzativo.

Sfide nella promozione della cultura della sicurezza e della trasparenza

La promozione di una cultura della sicurezza e della trasparenza si confronta con criticità organizzative, professionali e sistemiche che incidono sulla capacità delle aziende sanitarie di rendere effettive e sostenibili le strategie di gestione del rischio. Tali criticità si manifestano in modo trasversale lungo i diversi livelli dell’organizzazione, influenzando sia i processi decisionali sia le pratiche operative.

Tra le principali sfide emerge la limitata disponibilità di risorse umane, spesso associata ad alto turnover e alla presenza significativa di professionisti con rapporti libero-professionali. Tali condizioni rendono complessa la costruzione di équipe stabili e integrate e ostacolano l’allineamento uniforme verso obiettivi condivisi di sicurezza, incidendo anche sull’efficacia delle iniziative formative e di cambiamento culturale.

A ciò si affianca una diffusa difficoltà nel coinvolgere in modo strutturato i professionisti nei processi di analisi, prevenzione e miglioramento del rischio. La carenza di meccanismi di valorizzazione e riconoscimento delle attività orientate alla sicurezza contribuisce a limitare la partecipazione attiva e indebolire la sostenibilità nel tempo delle iniziative intraprese. Un’ulteriore criticità riguarda la resistenza al cambiamento che accompagna le fasi di transizione organizzativa, in un contesto segnato da carichi di lavoro elevati, invecchiamento della forza lavoro e condizioni operative spesso percepite come critiche.

In tale scenario, l’innovazione di processo può essere vissuta come fattore di ulteriore pressione piuttosto che come opportunità di miglioramento, rallentando l’adozione di pratiche orientate alla sicurezza e alla trasparenza. Accanto a questi elementi, emerge una debolezza infrastrutturale e formativa legata alla disomogenea diffusione delle competenze in tema di risk management e al limitato investimento in strumenti tecnologici a supporto del monitoraggio e dell’analisi dei dati.

La scarsa integrazione dei temi di sicurezza nei percorsi di formazione iniziale e continua e l’assenza di sistemi informativi avanzati riducono la capacità delle organizzazioni di valorizzare le informazioni disponibili e usarle in modo sistematico a supporto delle decisioni.

In questo scenario, le strategie adottate per affrontare tali sfide si orientano in prevalenza verso il rafforzamento della multidisciplinarietà, la creazione di spazi strutturati di confronto e l’introduzione graduale di strumenti innovativi a supporto dei processi assistenziali. La condivisione di obiettivi e opportunità connesse al cambiamento organizzativo, insieme all’uso di soluzioni tecnologiche emergenti, è riconosciuta come leva potenziale per favorire l’adesione dei professionisti e alimentare percorsi di trasformazione orientati a sicurezza dei pazienti, tutela degli operatori e trasparenza dei percorsi di cura.

Sfide future della gestione del rischio sanitario

Le prospettive future della gestione del rischio in ambito sanitario delineano un’evoluzione significativa del perimetro d’intervento, chiamato a estendersi oltre i confini tradizionali del rischio clinico per abbracciare una visione più ampia e integrata della sicurezza delle cure. In tale direzione, emerge la necessità di rafforzare l’integrazione della gestione del rischio clinico in un approccio one health che includa in modo sistematico gli ambiti dell’igiene ospedaliera e ambientale, della prevenzione e del controllo delle infezioni correlate all’assistenza (ICA).

La gestione coordinata di fattori come il controllo delle acque, la manutenzione degli ambienti sanitari, i processi di sanificazione, la sterilizzazione e la verifica microbiologica delle aree ad alto rischio richiede modelli di governance centralizzati e una cornice unitaria di monitoraggio e rivalutazione periodica, in grado di sostenere una cultura omogenea della prevenzione.

Accanto all’estensione del perimetro d’intervento, una sfida rilevante riguarda la necessità di rafforzare i meccanismi di valorizzazione delle azioni di miglioramento e dei risultati positivi ottenuti attraverso approcci proattivi di analisi del rischio. L’introduzione di modalità condivise di riconoscimento e incentivazione delle pratiche virtuose, basate su meccanismi strutturati di analisi e prevenzione dei rischi, potrebbe sostenere nel tempo l’impegno dei professionisti e consolidare l’orientamento al miglioramento continuo.

Un ulteriore ambito di sviluppo riguarda l’investimento in strumenti tecnologici e infrastrutture informative condivise, finalizzate a rendere disponibili dati affidabili, confrontabili e interoperabili tra le diverse strutture sanitarie. La costruzione di sistemi informativi integrati, a partire da Fascicolo Sanitario Elettronico e dossier sanitario, ha un ruolo chiave nel supportare decisioni basate su evidenze e nel favorire una gestione del rischio sempre più data driven.

Infine, una prospettiva di lungo periodo rende necessaria l’evoluzione dei modelli di comunicazione e interlocuzione tra professionisti sanitari, sociosanitari e pazienti. L’affiancamento di forme di comunicazione diretta e indiretta ai tradizionali strumenti di continuità assistenziale, anche attraverso la telemedicina e piattaforme digitali condivise, pone le basi per una gestione più sicura dei passaggi di cura e per un maggiore coinvolgimento di pazienti e caregiver nei processi assistenziali.

Conclusioni

La gestione del rischio in ambito sanitario si configura come dimensione strutturale della governance delle organizzazioni, chiamata a integrare cultura, competenze e processi decisionali in un quadro coerente e sostenibile.

L’analisi sviluppata evidenzia che l’efficacia delle politiche di risk management dipende non solo dalla disponibilità di strumenti e procedure ma anche dalla capacità dell’organizzazione di attivarli in modo sistemico lungo il continuum assistenziale. In tale prospettiva, la promozione di una cultura della sicurezza è condizione necessaria ma non sufficiente, che richiede coerenza tra scelte allocative, assetti di responsabilità e capacità di apprendimento organizzativo, affinché strumenti e procedure producano effetti misurabili lungo i percorsi di cura.

Le criticità emerse, riconducibili a fattori organizzativi, professionali e infrastrutturali, confermano la complessità del percorso e la necessità di approcci adattivi, capaci di tenere insieme prevenzione, apprendimento e sostenibilità. Il ruolo del management assume, pertanto, valenza centrale nel tradurre gli obiettivi di sicurezza in indirizzi operativi coerenti, nel promuovere modelli di governance inclusivi e nel sostenere processi decisionali fondati su una lettura sistemica dei rischi.

In un contesto caratterizzato da crescente complessità assistenziale, vincoli di risorse e rapidi cambiamenti organizzativi, la gestione del rischio si configura come leva strategica per orientare l’allocazione delle risorse, governare le interdipendenze tra processi e rafforzare la capacità dell’organizzazione di apprendere dall’esperienza. Le prospettive delineate suggeriscono un’evoluzione della gestione del rischio verso modelli sempre più integrati, data driven e orientati alla continuità delle cure, nei quali dimensioni cliniche, ambientali, tecnologiche e comunicative concorrono alla costruzione di sistemi di sicurezza più maturi.

Bibliografia

  1. Dhamanti, I., Leggat, S., & Barraclough, S. (2020). Practical and Cultural Barriers to Reporting Incidents Among Health Workers in Indonesian Public Hospitals. Journal of Multidisciplinary Healthcare, 13, 351-359. https://doi.org/10.2147/JMDH.S240124
  2. Falsini, G., Barisone, M., Frongillo, D., & Usmiani, T. (2023). La gestione del rischio clinico: una nuova frontiera per la Cardiologia italiana. Giornale Italiano di Cardiologia, 24(12): 952-959. https://doi.org/10.1714/4139.41341
  3. Marum, S., Verhoeven, D., & Rooy, D. (2022). The Barriers and Enhancers to Trust in a Just Culture in Hospital Settings: A Systematic Review. Journal of Patient Safety, 18, e1067-e1075. https://doi.org/10.1097/PTS.0000000000001012
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  6. Mezzopera S.M. (2024). La gestione del rischio in sanità. Corso di Management e Leadership in Healthcare. ML-Care. Università LIUC Carlo Cattaneo, Castellanza (VA). 21/5/2024
  7. Odone, A., Bossi, E., Gaeta, M., et al. (2019). Risk Management in healthcare: results from a national-level survey and scientometric analysis in Italy. Acta bio-medica: Atenei Parmensis, 90(9-S), 76-86. https://doi.org/10.23750/abm.v90i9-S.8164

Autori:
F. Convenga, LIUC Business School
E. Croce, LIUC Università C. Cattaneo
A. Gerola, M. Lorenzoni, A. Bellani, G. Avaldi, ASST Mantova
F. Locati, ASST Papa Giovanni XXIII
M. Passaretta, ASST Bergamo Est

Articolo tratto dal numero di marzo di Tecnica Ospedaliera

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