Scompenso cardiaco con device, revisione su efficacia del monitoraggio a distanza

In Italia lo scompenso cardiaco interessa il 2-3% della popolazione generale, percentuale che sale al 10% dopo i 60 anni e al 10-20% tra i 70 e gli 80 anni. Nonostante gli avanzamenti terapeutici, la mortalità a un anno dalla prima ospedalizzazione è del 20-30%, quasi sempre per morte improvvisa.

Quando possibile, si può procedere con l’impianto di appositi device elettronici, come il defibrillatore, che provvedono a regolare il ritmo cardiaco, prevenendo eventi infausti. Sono vari gli studi in letteratura che associano l’uso di questi impianti a una riduzione della mortalità, ma non è ancora chiaro se siano efficaci nella sottopopolazione con scompenso più grave.

Con l’avvento della telemedicina, gli impianti si sono evoluti per poter fornire indicazioni su ritmo e funzionalità cardiaca anche da remoto.
Una review sistematica australiana ha indagato se questo monitoraggio a distanza sia efficace nel favorire la sopravvivenza degli scompensati impiantati. In tutto sono 10 gli studi inclusi nel lavoro, tutti randomizzati controllati, per un totale di 6579 pazienti, 3534 nel braccio di studio e 3045 in quello di controllo.

Tutti i pazienti sono portatori di device, ma quelli inclusi nel gruppo di studio sono stati seguiti da remoto, mentre gli altri no. Il primo esito preso in considerazione è il tasso di mortalità tra i due gruppi, valutato da 8 studi, per un totale di 6106 pazienti, 3295 nel gruppo di studio e 2811 in quello di controllo.
La revisione non individua alcun vantaggio associato al telemonitoraggio, né a 12 né a 24 mesi. Solo uno studio va in controtendenza.

Il secondo risultato è l’impatto del monitoraggio da remoto sul tasso di riamissione ospedaliera, preso in considerazione solo da 7 studi, tutti, tranne 1, concordi nel non trovare alcuna differenza tra i due gruppi di studio.
Dov’è, dunque, il vantaggio dell’uso del telemonitoraggio in pazienti con scompenso cardiaco e dispositivo impiantato? Secondo questo studio, si ha una riduzione delle visite ambulatoriali e dei costi economici associati, sia per le strutture ospedaliere sia per gli stessi pazienti.
Inoltre, è indubbio che questo monitoraggio in continuo permette di individuare più tempestivamente aritmie e complicanze. Non ci sono, però, vantaggi nella riduzione del tasso di mortalità e di nuova ospedalizzazione.

Nella loro discussione gli autori provano a spiegare questi risultati, presentando un ulteriore studio che non hanno potuto includere nella revisione perché coinvolgeva anche pazienti senza impianto.
Questo lavoro suggerisce che il monitoraggio da remoto del dispositivo impiantato acquista utilità se inserito in un più ampio processo di cura, dove cardiologi esperti in scompenso collaborano con esperti in aritmologia.

Utile è anche che la lettura dei dati sia fatta da una centrale specializzata e multiparametrica, con professionisti appositamente formati, in un’ottica più estesa di telemedicina.
Questo approccio è stato presentato solo da uno studio, tra quelli inclusi nella revisione: guarda caso, quello che mostra una riduzione sia nel tasso di mortalità sia nel tasso di riammissione ospedaliera.

Come spesso accade, questo lavoro non dà risposte, ma suggerisce l’esigenza di effettuare ulteriori studi, meglio se con protocolli simili, per confrontarli. Questa review è frutto della collaborazione tra i Dipartimenti di Cardiologia del Tamworth Rural Referral Hospital e del John Hunter Hospital e il Hunter Medical Research Institute dell’Università di Newcastle.

(Lo studio: McGee MJ, Ray M, Brienesse SC, et alRemote monitoring in patients with heart failure with cardiac implantable electronic devices: a systematic review and meta-analysisOpen Heart 2022;9:e002096. doi: 10.1136/openhrt-2022-002096)

Stefania Somaré

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