Sepsi pediatrica e coinvolgimento degli infermieri

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La sepsi è una patologia tempo-dipendente dovuta sì all’infezione del paziente da parte di un dato patogeno, ma anche alla reazione del paziente stesso all’infezione, in qualche modo eccessiva, fino a portare a uno stato infiammatorio diffuso.
Se non prontamente curata, questa condizione porta a un’insufficienza di organo o multiorgano, a seconda dei casi.

Sono vari i problemi legati alla cura della sepsi, tra i quali: la corretta e rapida diagnosi; l’identificazione del patogeno coinvolto e l’uso conseguente di antibiotici specifici; il diffondersi dell’antibiotico resistenza che può rendere difficile il passaggio precedente.

La sepsi è sempre esistita, ma oggi è considerata anche dall’OMS una situazione clinica emergente a livello mondiale, con una incidenza e mortalità in continuo aumento, non solo tra gli anziani. Solo nei Paesi dell’Unione Europea si stima che ci sia un’incidenza di 90 casi/100.000 abitanti l’anno, che si tradisce in circa 1,4 milioni di casi l’anno. Il tasso di mortalità oscilla invece tra il 10% e il 40%, a seconda delle aree di interesse.

Data la serietà della situazione, tutti i Paesi sono chiamati a organizzare e gestire dei piani di controllo della sepsi, con protocolli sviluppati ad hoc. Esiste però un ulteriore problema: un conto è ideare protocolli e percorsi, un altro è favorirne la transazione in reparto e sul territorio. Proprio su questo punto, che vede il coinvolgimento anche degli infermieri, è incentrato uno studio multicentrico osservazionale australiano pubblicato di recente su BMC Health Services Research. 14 i Dipartimenti di Emergenza che hanno partecipato allo studio, il cui obiettivo principale era valutare la conoscenza della sepsi in ambito pediatrico e del protocollo corrispondente sviluppato per gestirla da parte degli infermieri di reparto. Tra i 534 infermieri partecipanti, l’indice medio di conoscenza della malattia è del 57,1%, con oscillazioni anche notevoli tra i diversi Dipartimenti.

Gli autori hanno inoltre individuato i fattori che potrebbero semplificare il passaggio dalla teoria alla pratica: conoscenze e convinzioni; influenze sociali; convinzioni sulla capacità e sulle abilità di fornire un trattamento; credenze sulla capacità e sul comportamento; contesto ambientale. Ovviamente, gli infermieri che hanno ottenuto gli score di conoscenza più alti sono anche quelli che lavorano da maggior tempo in pediatria e che hanno già incontrato casi di sepsi nella loro carriera lavorativa. Occorre sottolineare che la sepsi, in ambito pediatrico, si manifesta spesso in modo più subdolo che negli anziani, il che ne rende più difficile il riconoscimento.

I risultati di questo studio, il primo condotto in questi ospedali per valutare l’implementazione del National Sepsis Action Plan australiano, possono essere già utili, secondo gli autori, per individuare programmi ad hoc per aumentare le conoscenze e le capacità di intervento anche degli infermieri. Anche l’Italia, ovviamente, è alle prese con la gestione della sepsi, pediatrica e non, e anche nel nostro Paese sono in essere studi per migliorare i PDTA relativi a questa patologia. In queste fasi, il confronto internazionale è sempre molto utile.

(Lo studio: Harley, A., Schlapbach, L.J., Lister, P. et al. Knowledge translation following the implementation of a state-wide Paediatric Sepsis Pathway in the emergency department- a multi-centre survey study. BMC Health Serv Res 21, 1161 (2021). https://doi.org/10.1186/s12913-021-07128-2)

Stefania Somaré

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