Dal 2% al 5% della popolazione mondiale incorre almeno una volta nella vita in un evento di tromboembolia venosa, come per esempio l’embolia polmonare o la trombosi venosa profonda.
Il trattamento di questi eventi ha tre principali funzioni: evitare che la tromboembolia si diffonda ad altri vasi, risolvere le sintomatologie provocate dall’evento stesso e minimizzare il rischio che l’evento si riverifichi in futuro.
Tradizionalmente, queste patologie venose vengono trattate in ospedale, ma esistono evidenze che nei casi a bassa e media intensità si possa curare il soggetto anche a casa.

Quale dei due approcci è migliore?
Per rispondere a questa domanda, un team nordamericano ha condotto una review sistematica della letteratura e una metanalisi che hanno evidenziato come spesso, in casi a rischio medio-basso, un trattamento a domicilio sia ugualmente sicuro se non più sicuro di uno a domicilio (Rasha Khatib, Stephanie Ross, Sean Alexander Kennedy, Ivan D. Florez, Thomas L. Ortel, Robby Nieuwlaat, Ignacio Neumann, Daniel M. Witt, Sam Schulman, Veena Manja, Rebecca Beyth, Nathan P. Clark, Wojtek Wiercioch, Holger J. Schünemann, Yuqing Zhang; Home vs hospital treatment of low-risk venous thromboembolism: a systematic review and meta-analysis . Blood Adv 2020; 4 (3): 500–513).

Secondo il team non ci sono ragioni per ritenere una presa in carico ospedaliera più adeguata, per questi pazienti, e se questo è ancora il modello predominante è probabilmente per questioni organizzative.
Per esempio, diventa fondamentale stratificare il rischio dei pazienti, aspetto che, a detta degli stessi autori, avviene di rado, almeno negli Usa.
Sembra, infatti, che i pazienti canadesi affetti da eventi di tromboembolia vengano più spesso trattati in un setting casalingo anziché in ospedale.

Stefania Somaré

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