USA, modifiche nella gestione del tumore al seno causa Covid-19

La pandemia da Sars-CoV-2 ha determinato l’esigenza di allontanare il più possibile cittadini e pazienti dagli ospedali, permettendone l’accesso solo in casi di reale necessità. Va da sé che ciò ha impattato anche sulla gestione dei pazienti oncologici.
Nel mondo, ogni realtà ha cercato di dare risposte efficienti a questa situazione, cercando un equilibrio tra esigenza di monitorare lo stato dei propri pazienti con patologia tumorale e quella di proteggerli da un’eventuale infezione dovuta al nuovo virus. L’American Society of Breast Surgeons (ASBrS) ha effettuato uno studio per valutare quali sono stati i cambiamenti più evidenti dettati dalla pandemia nella gestione del tumore alla mammella.

Lo studio è stato reso possibile dall’esistenza, dal 2006, di un apposito Registro, l’ASBrS Mastery of Breast Surgery database: si tratta di una piattaforma online in cui gli oncologi registrano le procedure al seno effettuate, gli outcome dei pazienti e così via, il tutto in forma anonima, per consentire confronti tra pari e miglioramenti di performance.

In questo caso, alcuni membri della società hanno analizzato i dati compresi tra il primo marzo 2020 e il 15 marzo 2021 per vedere se ci siano stati cambiamenti importanti nella gestione delle pazienti con tumore al seno. L’ipotesi, poi confermata, era che ci fosse stato un aumento delle terapie endocrine neoadiuvanti, un aumento dell’analisi genetica dei campioni bioptici e un ritardo negli interventi chirurgici. Nel periodo preso in considerazione, 177 chirurghi hanno inserito informazioni nella piattaforma, per un totale di 2791 donne trattate. Età media delle pazienti, 62,7 anni. Per 173 pazienti, quindi solo il 6,2% dei casi, la prima visita è stata condotta in telemedicina.

Solo l’,4% delle pazienti considerate ha contratto il Covid-19. Le terapie endocrine neoadiuvanti sono state utilizzate come da approccio tradizionale nelle pazienti con tumori ER+/HER2− (il 6,9% dei casi), ma anche in ulteriori 542 pazienti, il 31%. Per queste ultime, la giustificazione è stata il Covid-19: gli autori si sono accorti che questa scelta è stata influenzata dall’età della paziente, ma anche dalla regione degli States di residenza… in particolare nel Nordest e nel Sudest, i chirurghi sono stati più propensi a prescrivere queste terapie anche a pazienti senza la variante del tumore ER+/HER2−. Per quanto riguarda la richiesta di test genetici, questi sono effettivamente aumentati, soprattutto in presenza di nodi positivi. Diversamente, la richiesta dei test è diminuita con il crescere dell’età della paziente. Infine, gli autori hanno osservato un cambiamento nell’attività chirurgica per il 5,4% delle pazienti. Anche se indotti dalla pandemia, secondo gli autori dello studio «molti dei trend di trattamento individuati persisteranno anche a pandemia finita».

Certo, ora è necessario valutare sul lungo periodo l’impatto di questi cambiamenti sulla salute delle pazienti e sull’efficacia del loro percorso terapeutico. In ogni caso, questa analisi è stata resa possibile solo dall’esistenza pregressa di un database come quello descritto. Una risorsa importante.

(Lo studio: Wilke LG, Nguyen TT, Yang Q, Hanlon BM, Wagner KA, Strickland P, Brown E, Dietz JR, Boughey JC. Analysis of the Impact of the COVID-19 Pandemic on the Multidisciplinary Management of Breast Cancer: Review from the American Society of Breast Surgeons Covid-19 and Mastery Registries. Ann Surg Oncol. 2021 Aug 24:1-9. doi: 10.1245/s10434-021-10639-1. Epub ahead of print. PMID: 34431019; PMCID: PMC8384097)

Stefania Somaré

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