Verso l’ospedale sostenibile, tra prospettive e criticità

La crescente centralità delle tecnologie ha modificato radicalmente il settore. Tuttavia, all’innovazione fa da contraltare la sostenibilità, elemento sempre più cruciale e trasversale. Il settore è alla ricerca di soluzioni che favoriscano l’innovazione cercando di contenere l’impatto che questa può determinare sul pianeta. Abbiamo approfondito il tema dell’ospedale sostenibile con Salvatore Russo, ingegnere clinico, direttore della UOC Ingegneria Clinica presso l’Azienda Sanitaria Napoli 3 Sud, e Marcello Saddemi, ingegnere clinico dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova e referente regionale AIIC per la Regione Liguria

Per trasformare le strutture ospedaliere in ospedali green è necessario mettere in campo interventi di riqualificazione sismica, un miglioramento dell’efficienza energetica e della gestione delle risorse e pratiche sostenibili nello smaltimento dei rifiuti.
La sfida principale dell’ospedale sostenibile non è infatti soltanto garantire cure migliori ai pazienti, ma contribuire anche a un futuro più sostenibile.

Come si sta muovendo il settore verso la sostenibilità?

«C’è forte fermento nel settore per quanto riguarda gli aspetti che impattano sulla sostenibilità ambientale, emerge una sensibilità molto spinta su questi aspetti di gestione ecocompatibile delle tecnologie», ha esordito l’ing. Salvatore Russo, direttore dell’UOC Ingegneria Clinica dell’Azienda Sanitaria Locale di Napoli 3 Sud.

«Il settore in questa fase sta facendo nascere una serie di soluzioni che finalmente prendono in seria considerazione l’impatto ambientale, con particolare riguardo a consumi energetici e accorgimenti che sono stati messi in campo sia dai colleghi che gestiscono le aziende sanitarie sia dai fornitori, in un percorso di efficientamento caratterizzato da progettualità concrete».

Salvatore Russo, ingegnere clinico, direttore della UOC Ingegneria Clinica presso l’Azienda Sanitaria Napoli 3 Sud

Esperienze: attenzione a consumi energetici e rifiuti

A livello d’esperienze già implementate sul territorio, «al momento non sono a conoscenza di esperienze specifiche già presenti, a eccezione d’indicazioni di carattere generale che puntano a una riduzione dei consumi energetici e della produzione di rifiuti», ha spiegato l’ing. Marcello Saddemi, referente regionale Aiic per la Regione Liguria e Ingegnere Clinico presso l’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

Marcello Saddemi, ingegnere clinico dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova e referente regionale Aiic per la Regione Liguria

«In tal senso occorre sottolineare che l’emergenza pandemica Covid-19 ha assestato una battuta di arresto a processi in chiave green: se prima difatti si cercava di preferire il pluriuso rispetto al monouso, con il Covid-19, per motivi igienico sanitari, di sicurezza e prevenzione delle infezioni, è stata sperimentata una inversione di tendenza scegliendo di virare sul monouso anche in numerose procedure per le quali in precedenza non era mai stato messo in discussione l’uso di strumentazioni riutilizzabili.
Inoltre, in particolare nella cistoscopia flessibile, ma anche in tante pratiche endoscopiche o legate all’intubazione difficile si stava già andando verso il monouso e l’avvento della pandemia ha rappresentato un vero e proprio via libera definitivo per procedere in quella direzione».

Per quanto riguarda la parte energetica, da qualche anno è stata introdotta la figura dell’energy manager finalizzata a favorire il risparmio dei consumi energetici. Mancano, tuttavia, esperienze significative di produzione energetica da fonti rinnovabili all’interno degli ospedali, anche attraverso l’installazione di pannelli solari sul lastrico solare.

«Per la parte impiantistica e di climatizzazione invece, laddove si va a investire e rinnovare, l’intento è preferire sempre tecnologie allo stato dell’arte che consentano un risparmio energetico».

Il perdurante problema della vetustà degli ospedali

Al di là di alcune strutture ospedaliere avveniristiche in fase di progettazione o in progress, la maggior parte delle strutture ospedaliere italiane sono, però, estremamente vetuste.

«La problematica della vetustà delle strutture rappresenta sicuramente un collo di bottiglia. Nella Regione in cui opero, la Campania, ci sono per esempio numerose strutture la cui costruzione risale agli anni ’40, in cui occorre un ripensamento radicale degli edifici per renderli idonei alle esigenze di oggi. In molti casi, a ciò si aggiunge anche un ulteriore problema legato alla Sovrintendenza con vincoli paesaggistici che non ne consentono un completo adeguamento. Attualmente, grazie a una linea di finanziamento specifica, sta prendendo piede l’adeguamento antisismico che comporta un importante investimento sotto il profilo dell’adeguamento delle strutture», ha spiegato l’ing. Russo.

Il crescente impatto dei rifiuti legati al monouso

Permangono, tuttavia, numerose criticità in termini d’impatto ambientale, anche rispetto alla produzione di rifiuti.

«Come evidenziava il collega in precedenza, il problema del monouso-pluriuso oggi è stato enormemente amplificato soprattutto per le infezioni ospedaliere. Se il monouso offre una valida soluzione a tutte le problematiche di gestione del paziente sotto l’aspetto infettivo, genera, di contro, un quantitativo di rifiuti sempre più rilevante. Del resto, è innegabile che il pluriuso consenta il ricondizionamento e il riuso del materiale mentre il monouso, pur garantendo una maggiore sicurezza nelle procedure grazie alla sterilità del materiale impatta drammaticamente sullo smaltimento, con costi indiretti raramente presi in considerazione. L’impatto ambientale è poi sotto gli occhi di tutti, con la plastica che rappresenta un esempio emblematico in tal senso», ha sottolineato ancora Russo.

Altro collo di bottiglia: il riutilizzo di beni tecnologicamente superati

Esiste, poi, un problema oggi sempre più stringente legato al riutilizzo di beni superati tecnologicamente e per questo non più idonei per l’attività in alcune strutture, che possono tuttavia essere ricollocati in altre realtà di carattere regionale o nazionale.

«In tal senso», ha proseguito Russo, «esiste una difficoltà nel mettere a fattor comune i beni in dotazione al SSR, creando una sorta di condivisione delle informazioni».

«Il problema non risiede però solo nella mancata condivisione delle informazioni – fondamentale perché è necessario sapere se un’altra struttura sta dismettendo una apparecchiatura che può tornare utile alla struttura in cui si opera – ma anche in una legislazione che consenta e faciliti questo tipo di collaborazioni», ha enfatizzato Saddemi.

Difatti, a oggi non esiste un contesto normativo che faciliti queste procedure ovvero donazioni di apparecchiature verso Paesi del terzo mondo. Senza contare la ritrosia, anche culturale, da parte della maggior parte delle strutture, nel considerare apparecchiature usate.

Uno dei lavori presentati nella sessione ha illustrato, infatti, una possibile simulazione di un sistema di condivisione delle informazioni di consistenza della dotazione tecnologica delle Aziende Sanitarie del SSR presso la Regione Campania con innegabili vantaggi sotto il profilo della corretta gestione ed allocazione dei beni pubblici.

«Esistono difficoltà oggettive nel ricollocare anche beni per donazioni. Personalmente, mi sono occupato di una donazione di un macchinario a una onlus, costato non pochi sforzi in termini di gestione dell’istruttoria in quanto anche una donazione deve essere validata da una procedura a evidenza pubblica, con tutto ciò che ne consegue soprattutto dal punto di vista di celerità tecnico-amministrativa», ha spiegato ling. Russo.

Accelerazione sulla sostituzione e confusione sulle riallocazioni

Un altro aspetto che occorre ricordare è la spasmodica accelerazione creata dal PNRR sulla sostituzione delle tecnologie in assenza di specifiche linee guida. Bastava che le apparecchiature avessero superato i cinque anni di esercizio per candidarsi alla sostituzione.

«E questo anche laddove l’apparecchiatura aveva fatto pochissimi esami», ha ricordato l’ing. Russo.

«Successivamente il Ministero ha fortunatamente emanato una circolare impedendo che venissero rottamati e smaltiti una serie di beni con ancora grosse potenzialità di esercizio, rendendo possibile il riutilizzo nell’ambito di strutture del servizio sanitario nazionale. Ancorché sostituiti, dunque, i macchinari potevano comunque essere ricollocati. Questa decisione è però subentrata solo in un secondo momento, una volta che era già stata avviata la programmazione dei fabbisogni, con una conseguente confusione generale. Una donazione di cui mi sono occupato, di cui accennavo in precedenza, è stata difatti oggetto di una sostituzione PNRR; il Ministero, però, è andato in crisi non sapendo se possa essere intesa come donazione-ricollocazione e quindi candidata al riconoscimento del finanziamento trattandosi di un bene devoluto ad una onlus e non rientrato nel SSN».

Esigenza di refresh delle norme di settore

Se da una parte, dunque, il PNRR ha innescato una corsa al nuovo, dall’altra non vengono ancora contemplate delle fattispecie che potrebbero mostrarsi vantaggiose anche in chiave green. Nel corso della sessione AIIC, un progetto presentato prevedeva il mantenimento del magnete della risonanza magnetica con la sostituzione e l’ammodernamento delle parti esterne.

«Su questo progetto, insieme al collega, abbiamo fatto una riflessione. Da un punto di vista squisitamente tecnico, questa soluzione rappresenta un importante vantaggio, consentendo di recuperare la parte principale della risonanza magnetica, il magnete, che è anche quella più costosa e impattante dal punto di vista dei materiali, e portare il sistema diagnostico all’ultima release disponibile», ha spiegato Russo. «Il problema è però l’applicabilità ai sensi del codice degli appalti: by-passare con questa soluzione l’evidenza pubblica della gara rimane il principale scoglio.

Questo evidenzia che la norma non segue sempre quelle che sono le esigenze e le soluzioni proposte dal mercato».

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