Ospedali a due velocità la vetustà delle piccole apparecchiature

Mentre il Pnrr vince la sfida del rinnovo delle grandi apparecchiature, il cuore pulsante degli ospedali invecchia pericolosamente: fino al 50% delle restanti tecnologie biomediche ha superato i dieci anni di vita. Da un’analisi condotta da. Centro Studi dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici emerge il quadro di una sanità a due velocità, dove l’obsolescenza della medio-bassa tecnologia minaccia la sicurezza dei percorsi di cura, la sostenibilità economica dei reparti e l’efficacia dei flussi di lavoro ospedalieri nel lungo periodo

La sanità italiana attraversa una fase di profonda e complessa trasformazione tecnologica, spinta dai massicci investimenti del Pnrr, che hanno segnato l’agenda politica e amministrativa degli ultimi anni. Tuttavia, dietro i successi legati al rinnovo delle grandi apparecchiature, si nasconde un’ombra che rischia di compromettere la tenuta operativa e la sicurezza dei reparti nel medio periodo.

Se da un lato il Pnrr sta centrando gli ambiziosi obiettivi di ammodernamento per Tac, risonanze magnetiche e acceleratori lineari, portando nei nostri ospedali strumenti all’avanguardia, dall’altro le apparecchiature medio-piccole (quelle che garantiscono l’operatività quotidiana e silenziosa in sale operatorie, corsie di degenza e terapie intensive) versano in uno stato di anzianità critica che non può più essere ignorato.

La survey AIIC

Secondo ai dati di una prima survey realizzata dall’Associazione Italiana Ingegneri Clinici, presentata lo scorso dicembre, una quota compresa tra il 25% e il 50% dei dispositivi di fascia media viene sostituita solo dopo dieci anni, superando ampiamente i cicli di vita raccomandati dalle buone pratiche di ingegneria clinica e dagli standard internazionali di sicurezza.

L’ing. Stefano Bergamasco, coordinatore del Centro Studi AIIC, ha analizzato questa situazione partendo da una considerazione quantitativa fondamentale relativa all’impatto reale del parco tecnologico tipico di una struttura ospedaliera complessa. Bergamasco ha chiarito che il progetto di mappatura «è nato dalla consapevolezza che, benché le grandi apparecchiature siano le più visibili e mediaticamente rilevanti, la componente numerica e di valore economico più importante in una struttura sanitaria è data proprio dalla cosiddetta medio-bassa tecnologia».

obsolescenza delle apparecchiature elettromedicali
Stefano Bergamasco, coordinatore del Centro Studi dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici

Con questa definizione, non si fa riferimento a dispositivi di scarso impatto o minore utilità clinica. Al contrario, ha sottolineato che parlare di tecnologia medio-bassa «non vuol dire riferirsi a piccole apparecchiature di scarso impatto, anche perché all’interno di questo insieme può esserci di tutto, dalla ventilazione polmonare al monitoraggio emodinamico, fino agli elettrobisturi di precisione». In questo vastissimo perimetro rientrano centinaia di classi tecnologiche differenti che, nel loro insieme, costituiscono oltre il 60% dell’installato totale nelle strutture del SSN, lasciando all’alta tecnologia una quota pur significativa ma minoritaria, pari a circa il 40%. È dunque evidente che ignorare lo stato di salute di quasi due terzi del parco macchine ospedaliero rappresenta un rischio sistemico per l’intera erogazione delle cure.

Genesi del progetto e necessità di focus istituzionale

Il lavoro presentato a Taranto trova la sua ragion d’essere nella necessità impellente di colmare un vuoto informativo e istituzionale che dura ormai da troppo tempo. Il Coordinatore del Centro Studi AIIC ha osservato come negli ultimi anni ci sia stata una forte e giustificata attenzione, da parte sia di Agenas sia del Ministero della Salute, sulla raccolta sistematica di dati riguardante le grandi tecnologie. Questo focus è stato spesso supportato dal lavoro di Confindustria Dispositivi Medici, che per anni ha portato avanti un osservatorio sulla vetustà delle apparecchiature di diagnostica per immagini, fornendo analisi dettagliate sull’età media dell’installato. Tuttavia, «questa polarizzazione dell’interesse ha lasciato in ombra la spina dorsale tecnologica che sostiene l’attività clinica di base».

Bergamasco ha ricordato che «la sensazione è di una scarsa attenzione su questa fetta di parco macchine, che riteniamo invece molto importante», aggiungendo che «il PNRR è stata un’ulteriore lente d’ingrandimento e azione concreta focalizzata esclusivamente sulle grandi tecnologie, con 3.100 apparecchiature e un miliardo di euro d’investimento». Benché l’iniziativa del Piano sia giudicata in modo estremamente positivo da AIIC, in quanto traguardo di sistema assolutamente necessario per recuperare il gap tecnologico del Paese, Bergamasco ha sottolineato che il focus è rimasto confinato a un settore specifico, lasciando fuori dalla porta della vita ospedaliera tutto il resto, che pure necessita d’innovazione costante.

Strutture censite e metodologia adottata

L’obiettivo di AIIC, dunque, è stato accendere un riflettore su tutto ciò che avviene in ospedale al di fuori delle sale di radiologia. La survey ha coinvolto inizialmente quindici strutture ospedaliere (con adesione effettiva di dieci di esse) distribuite omogeneamente tra Nord, Centro e Sud, cercando di rappresentare la complessità della rete sanitaria italiana, includendo sia le grandi aziende ospedaliere di rilievo nazionale sia i presidi più piccoli e territoriali. 

«Questa base di osservazione iniziale è servita anche per testare la fattibilità operativa della raccolta dati da parte dei colleghi ingegneri clinici, spesso sovraccaricati da compiti gestionali. Volevamo capire quanto fosse complicato raccogliere quel tipo di dati e quanto l’aggregazione che richiedevamo fosse in realtà ottenibile. Sulle domande core legate alla numerosità del parco macchine, all’età media e alla percentuale di rinnovo, abbiamo riscontrato buoni dati e ci siamo sentiti di poterli presentare in modo robusto». 

Analisi dell’obsolescenza: tra benchmark internazionali e realtà operativa

La fotografia scattata dalla survey mostra una situazione complessa che l’ing. Bergamasco ha definito «a macchia di leopardo», evidenziando che non sono emersi gap territoriali netti o polarizzazioni geografiche tra le diverse aree del Paese. «Appare evidente e trasversale che il parco macchine nazionale tende complessivamente verso una vetustà che AIIC ritiene eccessiva e preoccupante. Per definire i criteri con cui dichiarare se un’apparecchiatura sia vecchia o meno, l’Associazione non si è affidata a impressioni soggettive, ma ha utilizzato i benchmark internazionali della letteratura tecnica più accreditata, come le pubblicazioni americane dell’ente ECRI (Emergency Care Research Institute), che stabiliscono la vita media attesa per ogni specifica classe tecnologica».

Bergamasco ha precisato, in tal senso, che laddove la vita funzionale media è di sette anni per un elettrobisturi o per un laser chirurgico, questo non implica che l’apparecchio diventi intrinsecamente pericoloso o inutilizzabile allo scoccare dell’ottavo anno. Tuttavia, questo dato rappresenta un parametro fondamentale per la corretta gestione dei rischi e per la pianificazione degli investimenti. «Se su un parco macchine di una struttura ospedaliera s’inizia ad avere un’età media di otto o nove anni su decine di classi tecnologiche, magari tutte oltre l’età funzionale media, deve scattare un campanello d’allarme gestionale».

Il dato medio rilevato dalla survey di 9,5 anni sul parco macchine complessivo è considerato particolarmente critico da Bergamasco, poiché «anno per anno apparecchiature nuove vengono acquistate dalle strutture ospedaliere. Questo valore medio si traduce quindi nel fatto che nella realtà le strutture disporranno di apparecchiature di due o tre anni a fronte di altre che ne hanno venti, ponendo un problema di attenzione costante».

Sicurezza del paziente, efficacia clinica e oneri di gestione straordinaria

L’impatto di un parco tecnologico vetusto si riflette in modo diretto e tangibile su sicurezza clinica ed efficienza economica del sistema. Bergamasco ha sottolineato con chiarezza che «più abbiamo tecnologie vecchie di età, più possono porsi problemi di sicurezza per il paziente», pur riconoscendo con onestà intellettuale che l’assenza di un’emergenza percepita a livello mediatico è dovuta principalmente alla «cultura della gestione del parco tecnologico da parte degli ingegneri clinici negli ospedali, che si prendono cura delle macchine garantendone la sicurezza adeguata».

Tuttavia, questa resilienza professionale ha un prezzo gestionale che non può essere trascurato: tenere efficienti beni datati diventa progressivamente più oneroso per le casse pubbliche, con aumento esponenziale dei costi di manutenzione e maggiore frequenza di guasti improvvisi che mettono a dura prova l’organizzazione del lavoro.Oltre al tema del guasto elettrico o meccanico, Bergamasco ha posto l’accento sulla qualità intrinseca delle prestazioni erogate. 

«Le tecnologie più recenti non sono solo più sicure, ma offrono anche performance superiori in linea con lo stato dell’arte della medicina moderna. Una macchina vecchia appartiene spesso a una classe tecnologica superata che, per limiti fisici e costruttivi, non può garantire gli stessi standard di accuratezza di un dispositivo moderno, influenzando negativamente l’efficacia del percorso di cura e, potenzialmente, l’esito clinico per il cittadino».

Colli di bottiglia e complessa gestione della ricambistica fuori produzione

Un altro fattore critico analizzato con preoccupazione riguarda la progressiva difficoltà di reperire parti di ricambio per macchine che i produttori considerano ormai fuori produzione o a fine vita. Questo elemento, che Bergamasco ha definito come fattore che «va a braccetto con l’età», crea inefficienze logistiche e operative pesantissime per i dipartimenti di ingegneria clinica. 

«Se un guasto improvviso colpisce un’apparecchiatura obsoleta per la quale i ricambi non sono più prontamente disponibili sul mercato, l’ospedale si trova costretto a una scelta drammatica: tentare in qualche modo la riparazione o procedere a un riacquisto in regime di estrema urgenza». In questo scenario, la possibilità di programmare l’investimento sfuma del tutto, impedendo alla struttura sanitaria di ottimizzare i costi attraverso procedure di gara standardizzate. «Supportare il management ospedaliero nella pianificazione degli acquisti che tenga conto non solo dell’età ma anche del tasso di guasto e della disponibilità dei ricambi è dunque parte essenziale della missione dell’ingegneria clinica».

Scollamento strategico: tra bisogni tecnici e scelte aziendali

AIIC ha rilevato altresì un netto e preoccupante disallineamento tra bisogni tecnologici reali che emergono dai reparti e scelte strategiche operate dal management sanitario. «Spesso le decisioni d’acquisto seguono logiche puramente budgetarie o priorità politiche che non sempre coincidono con l’analisi tecnico-clinica sul campo. Talvolta si registra una certa difficoltà a far sì che il bisogno tecnologico espresso da clinici e dai professionisti healthcare diventi scelta d’acquisto, causando un reale scollamento tra esigenza clinica e investimenti effettuati».

Le cause di questo blocco sono molteplici e radicate: budget strutturalmente insufficienti che vengono spesso polarizzati verso le tecnologie più «visibili», processi di approvvigionamento lenti e farraginosi, una burocrazia che blocca l’aggiornamento dei dispositivi e una carenza diffusa di mappatura e monitoraggio della produzione. Mappatura e monitoraggio capillare sono dunque strumenti indispensabili per far emergere i dati oggettivi e costringere, in qualche modo, i decisori a confrontarsi con la realtà della «coperta corta» dei nostri ospedali.

Verso un osservatorio permanente

Guardando all’orizzonte, l’ing. Bergamasco ha espresso preoccupazione per ciò che accadrà «quando si sarà esaurita la spinta propulsiva dei fondi straordinari del Pnrr». Il rischio reale «è che si diffonda tra le direzioni strategiche un retropensiero gestionale secondo cui, avendo investito massicciamente sulle grandi tecnologie negli anni precedenti, il capitolo dell’innovazione tecnologica possa considerarsi momentaneamente chiuso o secondario».

Tuttavia, tali investimenti sono stati estremamente focalizzati e non hanno scalfito il problema strutturale della medio-bassa tecnologia. «Proprio da questo deriva la necessità impellente di tenere alta l’attenzione su tutto il resto del parco macchine». L’auspicio è che la survey possa evolvere rapidamente in un «osservatorio stabile di monitoraggio sulla situazione tecnologica italiana. L’intenzione ferma dell’AIIC è estendere la raccolta dati per arrivare ad avere un quadro solido, capillare e scientificamente inattaccabile. L’obiettivo non è solo scattare una fotografia statica, ma monitorare l’evoluzione del fenomeno anno dopo anno».

In tal senso, «sarà fondamentale verificare nel tempo se le iniziative intraprese avranno un impatto reale nell’abbassare l’età media delle apparecchiature o se, al contrario, continueranno a esistere zone d’ombra, come gli ambulatori territoriali che spesso vengono lasciati indietro rispetto ai blocchi operatori delle grandi strutture».

Integrazione digitale e interoperabilità: le nuove frontiere dell’obsolescenza

Un ulteriore aspetto posto al centro del dibattito dall’AIIC è l’interoperabilità dei sistemi. Un parco tecnologico con età media prossima ai dieci anni rappresenta anche un limite invalicabile per la digitalizzazione della sanità.

Le apparecchiature datate spesso non possiedono i protocolli di comunicazione necessari per interfacciarsi con i moderni sistemi gestionali o per alimentare correttamente il Fascicolo Sanitario Elettronico, contribuendo a creare «silos informativi» che rendono difficile, se non impossibile, implementare percorsi di telemedicina o analisi dei dati basate sull’intelligenza artificiale, vanificando parte degli sforzi fatti in altri settori del sistema.

In conclusione, i dati preliminari della survey AIIC rappresentano anche un appello alla responsabilità collettiva. Gestire la «spina dorsale» tecnologica degli ospedali non è un compito amministrativo di routine, ma una sfida strategica che impatta sulla qualità stessa della democrazia sanitaria. Solo attraverso una programmazione costante, basata su dati oggettivi e non su emergenze, sarà possibile garantire una sanità in grado di rispondere alle reali esigenze dei cittadini.

Articolo tratto dal numero di aprile di Tecnica Ospedaliera

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