Il nuovo volto delle cure territoriali 

Dal DM 77 alle Case della Comunità, dal Punto unico di accesso alla telemedicina: modelli organizzativi, nuove professionalità e innovazione digitale ridisegnano l’assistenza territoriale, con traguardo 2026

Il DM 77 ha impresso una svolta profonda alla sanità territoriale italiana, ridefinendo modelli organizzativi, standard di cura, investimenti e progettualità integrate, con l’obiettivo di dare risposte più vicine, tempestive e appropriate ai bisogni di salute delle persone.

Il tema è al centro dell’evento “Le cure territoriali all’indomani della conclusione dei progetti PNRR”, organizzato da Anmdo e da Card emilia romagna che sarò ospitato a Exposanità.

Gli obiettivi da raggiungere

Ridare respiro e solidità al Servizio sanitario, in un’ottica di sostenibilità, efficienza e rafforzamento delle risorse disponibili; introdurre nuove figure professionali, con competenze diverse, ma integrate nei percorsi di cura; accelerare la digitalizzazione e l’innovazione; costruire una rete capace di rispondere all’urgenza non emergenziale e di offrire al cittadino un vero “sportello di prossimità”.

Sono questi gli obiettivi che, alla luce del PNRR, stanno prendendo forma in tutta Italia e che dovranno trovare piena attuazione entro il 2026. Progetti e missioni che si stanno traducendo, in pratica, in un cambiamento strutturale della sanità italiana, con numerosi esempi virtuosi già attivi sui territori e destinati a diventare riferimento per le diverse realtà regionali 

I risultati già ottenuti

Grandi apparecchiature in fase di rendicontazione, strutture ripensate per rispondere in modo più efficace ai bisogni del territorio, dagli Ospedali di Comunità alle Case della Comunità, attese alla piena operatività entro la fine di giugno 2026, in linea con i target ministeriali e regionali.

«Stiamo assistendo a un cambiamento epocale – dichiara Emanuele Ciotti, direttore generale di USL Umbria 1, che introdurrà i lavori del seminario – Il nuovo modello ha portato a risultati già concreti per esempio, all’implementazione dell’assistenza domiciliare, obiettivo raggiunto per il 10% della popolazione over 65, accelerando l’adeguamento di tutte le regioni a standard di cura omogenei per questo setting assistenziale. Si sta strutturando una presa in carico globale della persona, inclusa quella domiciliare, integrata e coordinata con i servizi sociali. Il focus si sposta da un’assistenza centrata sulla singola prestazione alla cura della complessità».

Omogeneità territoriale

Il DM 77, inoltre, ha dato un impulso decisivo ai servizi e alle modalità organizzative, chiedendo alle Regioni di raggiungere standard minimi omogenei di qualità assistenziale e di erogazione. Un esempio concreto è l’istituzionalizzazione del Punto unico di accesso (PUA). «Fino a pochi anni fa – prosegue Ciotti – il territorio disponeva di una porta di accesso rappresentata dal pronto soccorso per l’ospedale e di una porta telefonica, il 112-118, per l’urgenza-emergenza. Oggi a queste si aggiunge una terza porta di accesso fisica per i bisogni sanitari e sociali: il PUA, presente all’interno delle Case della Comunità.

Si tratta di una rivoluzione organizzativa importante, che rende concreto, per il cittadino, il diritto a una risposta integrata ai bisogni socio-sanitari. Attraverso il PUA, infatti, la persona viene orientata verso i servizi più adeguati, in grado di rispondere alle sue necessità nella loro globalità».

Case di comunità e centrale telefonica

La creazione del PUA ha prodotto anche un’innovazione interna sul piano organizzativo e delle risorse umane. Come standard qualitativo dell’assistenza, la Casa della Comunità HUB prevede la presenza dell’infermiere sei giorni su sette, quella del medico sulle 24 ore. Parallelamente, oltre al PUA si è sviluppato e dato corso al servizio della centrale 116-117 per i bisogni non urgenti, che rappresenta la risposta telefonica H24, 7 giorni su 7, al cittadino per bisogni non urgenti, già sviluppata con esperienze significative in Regioni come Veneto, Piemonte Toscana e in partenza Umbria.

«Questa centrale – sottolinea Ciotti – prevede la presenza attiva di operatori in grado di fornire al cittadino risposte informative e sanitarie non urgenti e, in alcuni casi, anche orientamento rispetto a bisogni sociali».

Il fulcro della riorganizzazione

Un altro passaggio decisivo è rappresentato dalla Centrale operativa territoriale (COT), che non svolge solo una funzione di smistamento, ma diventa uno strumento di lettura dei bisogni reali e immediati del contesto, favorendo l’integrazione e la comunicazione tra i diversi setting assistenziali: territorio-territorio, ospedale-territorio, con un ruolo cruciale della telemedicina.

È proprio su questa infrastruttura che si fonda gran parte della nuova organizzazione territoriale: la centrale consente di monitorare i percorsi, leggere i movimenti della domanda e costruire un vero e proprio cruscotto per la pianificazione da parte del direttore di distretto. Si pensi, per esempio, al passaggio dall’ospedale al domicilio, con dimissioni protette, attivazione dell’Assistenza domiciliare integrata (ADI), definizione di un Piano assistenziale integrato con infermieri e medici di medicina generale, oppure al trasferimento verso un Ospedale di Comunità, struttura intermedia pensata per offrire un’assistenza appropriata ed efficace, con l’obiettivo, ove possibile, di riportare il paziente al domicilio entro 30 giorni, evitando ricoveri ospedalieri impropri.

Le risorse umane

La riforma della sanità territoriale ha inciso profondamente anche sulla composizione delle équipe territoriali. Resta centrale il ruolo della medicina territoriale, dei medici di medicina generale e degli specialisti, ma il nuovo modello valorizza figure che diventano sempre più strategiche, a partire dall’infermiere di comunità, risorsa ponte tra professionisti, cittadini, istituzioni, volontariato e rete sociale. La comunità, intesa non solo come insieme di servizi sanitari, ma anche come tessuto civico e associativo, diventa così una componente essenziale dell’assistenza e della coprogettazione. 

«L’infermiere di comunità può contribuire in modo molto efficace alla risposta dei bisogni legati alla cronicità e alla longevità – spiega Emanuele Ciotti – Un’altra figura su cui molte Regioni stanno lavorando è lo psicologo delle cure primarie, con un ruolo attivo nelle Case della Comunità sia nella promozione della salute, sia nella presa in carico dei disturbi lievi secondo un modello di stepped care, cioè di cure graduali con la psichiatria e la medicina generale». Una figura, questa, sempre più rilevante anche alla luce delle nuove sfide epidemiologiche che riguardano la neuropsichiatria infantile, con un aumento dei disturbi psico-emotivi in bambini e adolescenti. «La Casa della Comunità è un luogo ideale, non stigmatizzante, per offrire assistenza a questa fascia di popolazione. In un modello di stepped care, lo psicologo può diventare un punto di integrazione tra la medicina generale e le figure specialistiche, tra cui il neuropsichiatra infantile, sia nella gestione del disagio sia nella prevenzione e nella presa in carico, in stretta sinergia con gli altri professionisti». 

Crescita e sviluppo delle nuove tecnologie

Lo sviluppo delle cure territoriali è stato favorito anche dalla crescita del digitale e delle nuove tecnologie: teleconsulto, telemedicina, assistenza domiciliare supportata da dispositivi per la teleriabilitazione, strumenti che rendono possibile avvicinare le cure anche alle aree più periferiche o meno servite. Un ulteriore fronte di innovazione è rappresentato dalle applicazioni di intelligenza artificiale, utilizzabili per lo screening della mammografia, per il supporto ai processi organizzativi e, ad esempio, per il sistema 116-117, così da migliorare la capacità di risposta ai bisogni informativi e sanitari.

«L’informatizzazione, il digitale e le nuove tecnologie – evidenzia Emanuele Ciotti – non sono pensati per sostituire il clinico, ma come strumenti di supporto decisionale e organizzativo, in grado di migliorare la qualità dell’assistenza offerta al paziente». Nel corso dell’evento saranno presentate anche alcune esperienze innovative e startup impegnate nello sviluppo di soluzioni per la medicina generale e per i servizi territoriali, con l’obiettivo di valutarne in modo concreto potenzialità, criticità e possibili ambiti di applicazione nella sanità del futuro. 

La virtuosità del nuovo modello territoriale

In termini generali, il merito del DM 77 è stato quello di avviare e rendere obbligatoria una programmazione unitaria delle strutture e dei servizi all’interno di una cornice socio-sanitaria integrata, capace di leggere i bisogni del territorio attraverso indicatori misurabili e strumenti omogenei.

«Il PUA – commenta Emanuele Ciotti – ha consentito di rafforzare la valutazione multidimensionale dei bisogni, così come la centrale 116-117, ispirata in particolare al modello veneto. Oltre ad aver previsto l’uso dell’intelligenza artificiale, questo modello ha avuto la lungimiranza di includere i bisogni sociali, che inizialmente non erano presenti nelle checklist standard. È stato quindi possibile tracciare in modo puntuale le richieste socio-sanitarie del territorio, che molto spesso si intrecciano con quelle strettamente sanitarie». 

Gli esempi virtuosi 

Sono numerosi, lungo tutta la penisola, i modelli che testimoniano in modo concreto l’impatto della riforma territoriale avviata dal PNRR. Tra questi, l’esperienza della Casa della Comunità “Più Bravi d’Europa” di San Rocco, a Ferrara, dotata di tutti i servizi chiave: PUA, integrazione con la centrale 116-117, Ospedale di Comunità e una forte attenzione alla dimensione sociale, sostenuta anche dal mondo dell’associazionismo e del volontariato.

Una realtà articolata, nella quale convivono la dimensione di prossimità e la capacità di risposta ai bisogni urgenti non emergenziali. Altro esempio significativo è quello di Reggio Emilia, che ha raggiunto il massimo livello EMRAM 7 nell’ambito della digitalizzazione, con risultati importanti sul fronte dell’integrazione dei sistemi, della cartella clinica informatizzata e dei processi digitali richiesti anche dal PNRR. Infine, va ricordata l’attenzione che il DM 77 ha riportato sulla rete delle cure palliative, con al centro l’Hospice e, attorno ad esso, la rete territoriale composta da ambulatori, servizi domiciliari e percorsi di presa in carico integrata. Un riferimento importante è l’esperienza dell’Istituto dei Tumori di Milano, dove la dimensione assistenziale si intreccia con quella della ricerca e con un dialogo costante con il mondo dei pazienti e della rete di cura. 

Tratto da Exposanità News di aprile 2026

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