Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire buoni esiti di salute, ma la sua capacità di offrire prestazioni in modo tempestivo e uniforme appare sempre più sotto pressione. È questa la fotografia restituita dal 9° Rapporto Gimbe sul Ssn, presentato il 7 ottobre a Roma dal presidente Nino Cartabellotta nella suggestiva cornice della Sala della Regina di Montecitorio.
Uno dei nodi centrali del rapporto riguarda il finanziamento. Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è cresciuto nominalmente di 17,5 miliardi di euro, passando dai 125,4 miliardi del 2022 ai 142,9 miliardi del 2026. Rapportando però le risorse al Pdl, emerge un quadro diverso: se la quota destinata al Ssn fosse rimasta nel periodo 2023-2026 allo stesso livello del 2022, pari al 6,27% del PIL, il sistema avrebbe avuto a disposizione 18,8 miliardi di euro in più. Gimbe definisce questa differenza come una forma di taglio invisibile.
La prospettiva per i prossimi anni non appare più favorevole. Secondo le previsioni contenute nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2026, tra il 2027 e il 2029 si amplierebbe ulteriormente il divario tra spesa sanitaria e Fondo Sanitario Nazionale: 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un totale di 32,3 miliardi. Senza risorse aggiuntive, avverte Gimbe, la pressione finirà irrimediabilmente sui bilanci regionali e quindi sui cittadini.
Il capitale umano resta un punto critico
A pesare sulla capacità del Ssn di trasformare le risorse in assistenza è anche la disponibilità di professionisti. Nel 2025 la spesa per il personale dipendente e convenzionato è stata di 52,2 miliardi di euro, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%. Mantenendo costante quella quota, tra il 2012 e il 2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi di euro in più.
Il problema non è soltanto quantitativo. Secondo i dati Ocse, l’Italia conta 5,8 medici ogni mille abitanti, contro una media di 4,0, ma 88.258 medici, pari al 26,1% del totale censito, non lavorano nel Ssn né sono inseriti in percorsi formativi post-laurea.
Ancora più marcato il divario per gli infermieri: 6,9 ogni mille abitanti contro 9,7 della media Ocse e quasi uno su cinque, il 19,6%, non lavora nel Ssn. Il rapporto infermieri/medici è così pari a 1,2, contro 2,4 della media Ocse. Cartabellotta ha sintetizzato in modo estremamente efficace la disaffezione che caratterizza questo momento storico «Chi è nel Ssn cerca di uscirne; chi è fuori non vuole entrare».
Per un sistema che sta investendo nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale e nella digitalizzazione, la disponibilità di personale adeguato diventa tuttavia una condizione essenziale perché le nuove strutture e tecnologie possano tradursi in servizi effettivamente fruibili.
Dal Pnrr alle strutture realmente operative
È proprio su questo passaggio che si concentra una delle questioni sollevate dal Rapporto rispetto alla Missione 6 Salute del Pnrr. Il 29 settembre il Governo ha trasmesso alla Commissione Europea la decima e ultima richiesta di pagamento, comprendente nove target e una milestone relativi alla sanità. Gimbe sottolinea tuttavia che il loro raggiungimento non è integralmente verificabile sulla base delle evidenze pubbliche disponibili.
I numeri rendicontati sono significativi: 1.270 Case della Comunità, a fronte delle 1.038 previste dal target; 327 Ospedali di Comunità rispetto a una soglia di 307; 3.173 apparecchiature diagnostiche collaudate, contro le 3.100 richieste. Per il Fascicolo sanitario elettronico, l’indicatore nazionale riportato dal Rapporto raggiunge il 98,9%, a fronte di un requisito del 90%.
Il punto, però, non è soltanto contabilizzare il raggiungimento dei target. Per Gimbe sarà necessario verificare, a partire dal 2027, se i servizi siano realmente operativi, se dispongano di personale adeguato e quale impatto producano sull’accesso alle cure, sull’esperienza dei pazienti, sugli esiti di salute e sull’efficienza del Ssn.
La sfida per la sanità del prossimo futuro
La questione riguarda quindi il passaggio dagli investimenti alle capacità effettive del sistema. Nuove strutture, tecnologie e strumenti digitali rappresentano infatti solo una parte della trasformazione: perché producano valore devono essere inseriti in un’organizzazione capace di garantire personale, integrazione tra servizi, manutenzione e continuità assistenziale.
Nel Piano di Rilancio del Ssn – aggiornato insieme al Rapporto Gimbe individua 16 linee di intervento, tra cui il potenziamento del territorio e dell’integrazione con ospedale e servizi sociali, le politiche sul personale, la digitalizzazione, la prevenzione e la sicurezza e manutenzione del patrimonio edilizio e tecnologico.
Per la sanità italiana, dunque, la prossima fase non sarà soltanto quella di reperire nuove risorse, ma di dimostrare che quelle disponibili riescono a trasformarsi in infrastrutture funzionanti, servizi accessibili e assistenza effettivamente erogata.


