Il convegno nazionale Aiic 2026 si è aperto a Torino confermando il ruolo centrale dell’Ingegneria Clinica nel panorama sanitario italiano. Nella suggestiva cornice delle OGR, la sessione plenaria dell’11 giugno ha lanciato un messaggio chiaro: le grandi innovazioni non nascono in laboratori isolati, ma dai bisogni reali che emergono nella pratica medica quotidiana.
Come ha sottolineato in apertura il presidente Aiic Umberto Nocco, la vera sfida della sanità di oggi è intercettare queste intuizioni nate in corsia e tradurle in soluzioni disponibili per i pazienti in tempi sempre più rapidi.
Insieme a lui, il presidente del convegno Lorenzo Leogrande e il direttore del Centro Studi Stefano Bergamasco hanno ribadito che l’obiettivo dell’associazione non è più solo gestire le tecnologie, ma tracciare la traiettoria delle competenze per i prossimi anni.
L’evoluzione della professione risponde infatti a una sfida cruciale per il Ssn: coniugare la massima qualità delle cure, l’innovazione tecnologica e la sostenibilità economica.
Una visione condivisa dal prorettore del Politecnico di Torino, Filippo Molinari e da Giuseppe Ferro, presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Torino, che vedono negli ingegneri clinici i veri garanti della tenuta del sistema di fronte a tecnologie sempre più spinte.
Il nodo dell’intelligenza artificiale: tra standard e dati “oscuri”
Il focus sui trend tecnologici ha visto protagonista Leonardo Chiariglione, presidente MPAI e celebre inventore del formato Mpeg per l’MP3, che ha affrontato il tema dell’IA nella salute esplorandone il potenziale per una sanità più intelligente.
Se l’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare la medicina (a partire dall’imaging), il vero ostacolo rimane l’accesso e la qualità dei dati. Spesso l’IA si comporta come una “scatola nera” opaca: non si conosce l’origine profonda dei dati di addestramento né come l’algoritmo elabori l’output.
La sfida di MPAI è quindi definire standard globali per garantire interoperabilità, fiducia e scalabilità, superando la frammentazione dei formati clinici attraverso moduli standardizzati e licenze d’uso vincolate che permettano di utilizzare i dati in modo efficiente e sicuro secondo i desideri dei pazienti.
L’ospedale del futuro: un ecosistema verde e resiliente
Leandro Pecchia (Università Campus Bio-Medico di Roma) ha allargato lo sguardo all’impatto globale delle strutture sanitarie, ridefinendo l’ospedale come un vero ecosistema di innovazione per la salute globale. Citando il programma per la sanità Who 2025-28, Pecchia ha ricordato che i primi due macro-obiettivi dell’Oms riguardano la resilienza climatica e il minor impatto ambientale degli ospedali.
Il Ssn produce il 4% delle emissioni di CO2 nazionali e le sole sale operatorie generano enormi quantità di rifiuti. La risposta alle sfide attuali – che includono climate change e invecchiamento demografico – sta nell’adozione di dispositivi medici ecocompatibili, nel riciclo sistematico del medtech e nell’uso della telemedicina per le cronicità, riducendo l’impatto ambientale e colmando l’attuale gap di adozione delle tecnologie.
Dalla corsia al laboratorio: storie d’innovazione sul campo
Claudio Ronco, dell’International Renal Research Institute di Vicenza, nefrologo riconosciuto a livello internazionale per i numerosi e innovativi sistemi per emodialisi realizzati, ha emozionato la platea portando l’esperienza di cinquant’anni di nefrologia e ricordando che la vera innovazione nasce in corsia, dove l’ingegnere clinico tocca con mano il bisogno del paziente e si espone in modo pratico al mondo medico prima di spostarsi in laboratorio.
Ronco ha ripercorso l’evoluzione della dialisi: dai primi filtri a fibre cave degli anni ’70, nati per ottimizzare la meccanica dei fluidi, fino alle moderne membrane selettive. Ha poi illustrato i progetti per il rene artificiale indossabile (wearable) e il rivoluzionario macchinario Carpediem (Cardio-Renal Pediatric Dialysis Emergency Machine) per i neonati, che ha abbattuto la mortalità neonatale per insufficienza renale dall’82% al 16%. Un successo straordinario che dimostra come l’alleanza tra accademia e industria possa generare innovazioni disruptive capaci di modificare il futuro dei pazienti.
Ostacoli burocratici, mRNA e la governance del valore
L’innovazione, tuttavia, si scontra spesso con percorsi complessi. Guido Costamagna (Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola) ha acceso i riflettori sul “percorso a ostacoli” dei dispositivi in endoscopia digestiva, evidenziando come la certificazione dei dispositivi medici si trasformi sovente in un incubo burocratico che rallenta l’adozione delle cure e lo sviluppo di tecnologie per le malattie orfane.
Eppure, quando l’innovazione corre, i risultati sono straordinari: Cinzia Marano (general manager di Moderna) ha condiviso il dietro le quinte aziendale e scientifico dell’innovazione basata sull’mRNA, spiegando come con oltre 10 anni di ricerca e sviluppo alle spalle sia stato possibile progettare e produrre il vaccino anti-Covid in meno di un anno.
Questa tecnologia flessibile e scalabile rappresenta oggi la chiave per la medicina di precisione del futuro, applicabile non solo alle patologie respiratorie, ma anche all’oncologia e alle malattie rare.
Per governare questo tsunami tecnologico servono però strumenti adeguati. Giandomenico Nollo (presidente Sihta) ha evidenziato come l’Hta debba evolversi come strumento di governo, superando i propri limiti applicativi, la scarsità di evidenze della letteratura scientifica e puntando sulla cultura dei dati real world di qualità e sulla formazione continua (life-long learning).
Dal punto di vista industriale, Fabio Faltoni (presidente Confindustria Dispositivi Medici) ha affrontato il nodo cruciale dei finanziamenti ricordando che l’innovazione «non nasce dallo stanziare risorse, ma da un ecosistema che permette a un’idea di trasformarsi in una soluzione per i pazienti.
Questo coinvolge il clinico, l’ingegnere clinico e biomedico, le università e centri di ricerca e le imprese che investono in ricerca e produzione e, infine, le istituzioni che devono creare le condizioni affinché l’innovazione arrivi al cittadino. Si finanzia quando il sistema investe sull’innovazione che migliora la salute».
Faltoni ha quindi lanciato un appello politico: l’Italia deve smettere di considerare il medtech un mero costo da tagliare e passare a una logica di governo della spesa basata sul valore reale e sul procurement di qualità, non sul prezzo più basso. La proposta di Confindustria è chiara: istituire un Fondo nazionale stabile per l’innovazione.
Tracciare l’identità dell’ingegnere clinico di domani
Nel tirare le fila di una sessione estremamente stimolante, Umberto Nocco ha sintetizzato le due anime che coesistono e arricchiscono la figura dell’Ingegnere Clinico: da un lato il professionista che lavora fianco a fianco con i medici in corsia per raccogliere i bisogni sul campo, dall’altro il technology manager orientato alla gestione, all’organizzazione e alla connettività dei dati.
Nei prossimi dieci anni, l’ingegnere clinico dovrà mantenere questo approccio multidisciplinare e multidimensionale, unendo competenze scientifiche, manageriali e informatiche avanzate, senza mai perdere la sua collocazione strategica: vicino a dove avviene l’attività clinica, al letto del paziente.



