Le professioni sociosanitarie e in particolare la categoria infermieristica sono protagoniste, insieme alle nuove tecnologie, dell’edizione 2026 di Exposanità, che anima i padiglioni di BolognaFiere dal 22 al 24 aprile. Le risorse tecnologiche unite alle risorse umane negli ultimi anni sono state, infatti, il pilastro su cui si è retto il Ssn.
Gli infermieri sono una risorsa fondamentale per garantire qualità, sicurezza e continuità assistenziale. Tuttavia, l’aumento dei carichi di lavoro, il rischio elevato di burnout, la crescente intenzione di abbandono della professione e il crescendo di emigrazione all’estero sono i fattori che rendono urgente un cambio di paradigma.
Benessere, un fattore chiave
Il benessere degli infermieri dev’essere riconosciuto come priorità sistemica e non come aspetto accessorio.
Per questo, Exposanità insieme a Fnopi e al Coordinamento Regionale Ordini Professioni Infermieristiche Emilia-Romagna, ha scelto di promuovere un momento di confronto dedicato al ruolo strategico degli infermieri nel processo di evoluzione del sistema sanitario.
Il convegno “Benessere infermierə: dalle evidenze scientifiche alle proposte concrete” (mercoledì 22 aprile, ore 14, sala Notturno) pone al centro la necessità di un approccio olistico al benessere professionale, che integri dimensioni fisiche, psicologiche e sociali.
Le evidenze scientifiche dimostrano, infatti, che ambienti di lavoro sani incidono direttamente su qualità delle cure, sicurezza dei pazienti e sostenibilità organizzativa.
Questo lo spirito del convegno, che presenterà analisi e proposte operative sviluppate dal Gruppo Benessere Opi Emilia-Romagna, orientate a migliorare le condizioni di lavoro e valorizzare la professione infermieristica.
Necessario motivare i giovani professionisti a restare in Italia
Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi, rimarca il ruolo delle condizioni di lavoro e del riconoscimento professionale nella scelta di emigrare.
“Il riconoscimento professionale e le possibilità di fare carriera, insieme a modelli organizzativi che consentano a tutti i professionisti di lavorare nelle condizioni migliori, sono obiettivi da perseguire. Alcuni Paesi all’estero consentono di raggiungerli. Ecco perché i nostri giovani partono e faticano a tornare.
Per trattenerli sono necessari modelli organizzativi sfidanti, capaci di coniugare flessibilità, sviluppo professionale e digitalizzazione. I giovani oggi ambiscono a evolvere: il loro è un equilibrio dinamico. In realtà, anche il sistema salute è cambiato e la complessità che lo caratterizza ci consente di diversificare le competenze, integrare le professionalità e aprire spazi nuovi.
Le tre lauree specialistiche cliniche appena nate, in Cure Primarie e Infermieristica di Famiglia e Comunità, Cure Neonatali e Pediatriche, Cure Intensive e nell’Emergenza, vanno in questa direzione”.
Valorizzazione professionale
L’emorragia di personale sanitario verso l’estero, però, non riguarda solo i giovani professionisti. “Circa 30 mila infermieri lavorano all’estero, per motivi economici ma soprattutto perché vedono riconosciute e valorizzate competenze e professionalità.
Rispetto alla media dei Paesi Ocse, lo stipendio italiano medio è di circa 1600 euro più basso rispetto agli altri Paesi europei: la forbice oscilla dal 25% al 40% in meno. È chiaro che, pur non essendo solo questione economica, la peculiarità e la centralità della professione meritano un riconoscimento maggiore anche sul piano economico.
Con la stratificazione dei percorsi di studi, sempre più ampi, è necessario prevedere anche nuovi perimetri contrattuali adeguati a valorizzare le competenze acquisite con le nuove lauree magistrali a indirizzo clinico. Rispetto al tema della carenza, invece, va detto che in Italia si ripresenta a cicli dagli anni ’80, circa ogni 15-18 anni”.
Mancano risorse rispetto al fabbisogno
Nel tempo sono stati messi in campo diversi interventi: miglioramenti contrattuali, incentivi economici, nuove figure professionali e borse di studio per il corso di Infermieristica. Tuttavia, alcune misure non hanno portato risultati duraturi. Secondo la Corte dei conti, la carenza di infermieri in Italia è di circa 65.000 unità, ma è un dato probabilmente sottostimato perché considera solo il turnover e non il fabbisogno reale del sistema sociosanitario. Inoltre, per sviluppare la rete territoriale prevista dal dm 77 servirebbero circa 29.000 infermieri aggiuntivi”.
C’è poi l’annosa disparità tra Nord e Sud, in termini di costo della vita e opportunità d’inserimento.
“Il caro vita degli ultimi anni ha fatto cessare i fenomeni migratori interni che fino a poco tempo fa vedevano i giovani del Sud studiare al Nord, per poi fermarsi a lavorare. Questo aggrava gli squilibri territoriali nella distribuzione del personale sanitario. Servono azioni di welfare mirate e innovative, penso al patrimonio edilizio in strutture dismesse per creare alloggi per il personale infermieristico, facilitando la mobilità professionale. Ma è una strategia che deve investire più realtà istituzionali”.


