Genio, ingegno e osservazione della realtà

Il tema dell’innovazione è sempre caldo nel mondo della sanità. I motivi sono molti e diversi in funzione della prospettiva dalla quale li guardiamo. L’innovazione è da sempre considerata un driver del miglioramento delle prestazioni erogate e quindi fondamentale per gli utilizzatori. È fonte di guadagno per i produttori, che spingono perché questa venga introdotta e utilizzata. È elemento di prestigio per le istituzioni (e per fortuna che non possiamo fare troppa pubblicità). Tre motivi diversi e ragionevoli per fare innovazione.

Per di più, è spesso esito di un rapporto a due, di un dialogo tra due interlocutori che hanno interessi molto precisi e identificabili e che possono rappresentare un elemento facilitante o bloccante il recepimento dell’innovazione stessa. D’altra parte, è applicazione pratica di genio, ingegno e osservazione della realtà (come ho scritto altrove, vi invito a scoprire dove).

Il problema è che le nostre istituzioni – dove si fa sanità e quindi dove l’osservazione della realtà trova un luogo privilegiato d’individuazione di un bisogno a cui trovare risposta – sono per loro natura multidimensionali e quindi multidisciplinari, perché più professionalità diverse concorrono all’esito (ovviamente con pesi diversi). Un po’ come quelle strutture che stanno in piedi per effetto di tutta una serie di fattori che sembrano nascosti o fastidiosi, ma senza i quali non è possibile lavorare.

Allora, in un sistema simile dobbiamo lavorare alla realizzazione di punti di connessione e per creare strutture comuni per osservare la realtà e individuare i problemi, ideare una soluzione (ecco il genio) e mettere in pratica la soluzione trovata (frutto dell’ingegno). In questa dinamica, il dialogo non può più essere tra solo due interlocutori, perché solo in pochissimi casi nella storia dell’umanità sono esistite persone che avevano in sé tutte queste caratteristiche (penso, per esempio, a Leonardo da Vinci). Il dialogo deve tenere conto – tanto per cambiare – di più professionisti che contribuiscono all’innovazione ma anche a superare quella asimmetria informativa che spesso incontriamo nelle nostre realtà ultraspecializzate e poco integrate.

Solo così si può pensare di fare innovazione utile. Diversamente saremo costretti a subire le proposte di altri, a valutarle passando più spesso per quelli che si oppongono o non le capiscono che per quelli che esprimono un giudizio chiaro e ragionevole o addirittura che le creano.

Il papa Benedetto XVI ha detto: «l’ospedale è il luogo dove si sperimenta la fragilità della natura umana, ma anche le enormi potenzialità e risorse dell’ingegno dell’uomo e della tecnica a servizio della vita». Servono dunque professionisti che si dedichino alla vita applicando ingegno e tecnica. Insieme.

Riflettere, dunque, sull’innovazione e su come questa possa essere “fatta” in ospedale non è un esercizio accademico ma la natura stessa del nostro lavoro al quale contribuiscono tutti gli attori, medici, infermieri, pazienti, ingegneri, industria. Un lavoro quotidiano affascinante.

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