In fase 2 riprendono anche le attività ordinarie degli ospedali, che si stanno organizzando per ripartire in sicurezza.

Un esempio viene dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, il cui obiettivo, come spiegato da Filippo de Braud, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’INT, «è mantenere la continuità terapeutica e assistenziale dei pazienti oncologici, a seconda delle priorità. Ciò significa una valutazione non solo clinica ma anche psicologica. Il Covid-19, infatti, ha determinato stati d’insicurezza relativi a sé e al futuro. Pertanto, se il malato preferisce un contatto diretto con l’oncologo, dobbiamo favorirlo, garantendo un elevato livello di sicurezza. Inoltre, se a causa della pandemia il paziente è in un momento di disagio economico e non abita a Milano, dobbiamo mettere in pratica tutte le risorse possibili per evitargli costose trasferte».

In questo la teleassistenza ha un ruolo importante, in quanto guida e accompagna il paziente in ogni fase del suo percorso, a partire dalla gestione dei primi appuntamenti nella fase iniziale della diagnosi.

Con il nuovo progetto riorganizzativo, il paziente viene contattato telefonicamente per valutare il caso, visionare gli esami già effettuati e ridurre il numero degli accessi diretti, necessari di solito per definire diagnosi e piano terapeutico.

Alla teleassistenza si ricorre anche per seguire il paziente in corso di terapia, con la possibilità di ricevere a casa propria i farmaci necessari.

«Per limitare i controlli in ospedale, chiediamo che le analisi di routine vengano effettuate in un laboratorio vicino a casa e che il referto ci venga inviato per mail», aggiunge de Braud. «Quando possibile, concordiamo con il paziente anche un cambio di terapia, dando priorità ai trattamenti orali o sottocutanei rispetto a quelli a base di infusione per ridurre il tempo trascorso in ospedale. Inoltre, abbiamo un servizio di consegna dei farmaci orali a casa dei pazienti e la possibilità di ritirarli in farmacia».

Il cambio di marcia imposto dal Covid-19, dunque, è imponente e permette una maggiore serenità per chi si deve recare in INT.

«Oggi stanno riprendendo le visite e gli esami di controllo, ma con un criterio diverso rispetto a prima della pandemia», interviene Marco Votta, presidente INT. «Ogni paziente viene contattato il giorno prima dell’appuntamento in modo da confermare l’orario di arrivo in ospedale.

Questo è un passaggio importante nella nuova routine ospedaliera e richiede la partecipazione del malato: non deve più arrivare con largo anticipo e attendere il suo turno spalla a spalla con altri pazienti, ora deve arrivare all’ora prestabilita e il familiare deve rimanere fuori, tranne nei casi di disabilità».

La definizione dello schema organizzativo prevede anche percorsi separati per i pazienti Covid-19, come previsto dai decreti regionali.
«Per definire al meglio i vari percorsi e consentire l’interazione tra personale sanitario e pazienti in ambienti protetti, avranno un ruolo importante i risultati degli studi in corso che hanno coinvolto operatori e malati», spiega Giovanni Apolone, direttore scientifico INT. «Stiamo applicando i vari test disponibili per cercare di identificare i più affidabili e avere un’idea della frequenza del fenomeno nelle varie casistiche. I primi dati saranno disponibili entro fine maggio».

Fase 2 significa anche ripresa degli screening: mammografia per la diagnosi precoce del cancro della mammella, pap-test per il cancro della cervice uterina, ricerca del sangue occulto nelle feci per il cancro del colon retto.
È in fase di progettazione un percorso ad hoc, che verrà definito in base alle indicazioni regionali.

«La ripresa degli screening è fondamentale», aggiunge de Braud, «perché hanno un impatto significativo sulla probabilità di avere malattie guaribili e per questo fanno parte dei processi che devono avere una priorità in questa fase. Altrimenti si perde solo tempo prezioso, a vantaggio del cancro. Il rischio è di ottenere una regressione per quanto riguarda il livello dell’educazione alla prevenzione nella popolazione sana».

«Studi condotti negli Stati Uniti e in Olanda documentano il fenomeno atteso e temuto: la pausa nei programmi di screening ha già causato in questi Paesi una riduzione delle nuove diagnosi, anche del 60% in accordo con i dati olandesi per i tumori della pelle e del 20% circa per i tumori in generale, e quindi ci attendiamo un ritardo diagnostico e una casistica più grave nei prossimi mesi», conclude Apolone.

Sarebbe un duro colpo per il nostro Paese, considerando che è in aumento il numero di italiani che aderisce agli screening oncologici, nonostante il divario ancora esistente sul territorio nazionale. Come emerge dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nazionale Screening (ONS), nel 2017 si sono sottoposte alla mammografia 1,8 milioni di donne e 1,7 milioni al pap-test, mentre la ricerca del sangue occulto è stata eseguita da 2,5 milioni di persone di entrambi i sessi.

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