Mammografi italiani, stato dell’arte

Per funzionare al meglio, le Reti Oncologiche Regionali devono poter contare su strumentazioni tecnologicamente adeguate, per di più posizionate negli snodi più adeguati. Qual è, per esempio, lo stato dei mammografi italiani? Lo svela il “Rapporto sulla ricognizione nazionale delle dotazioni tecnologiche in uso – Analisi sui mammografi – Anno 2019” dell’AGENAS.

Il percorso che ha portato a questo documento è iniziato il 29 settembre 2020 e ha richiesto una serie di passaggi per creare e poi completare una tabella regionale.
I dati di partenza sono stati trasmessi dal Ministero della Salute ad AGENAS e vengono dal NSIS Flusso “Grandi Apparecchiature”.
I dati mancanti sono stati quindi inseriti prima dalla Regione/Provincia Autonoma e poi dai referenti di Rete Oncologica Regionale.

Il primo dato interessante riguarda il numero totale di mammografi presenti in Italia: 1856. Di questi, 1283 sono digitali e 520 analogici, mentre 53 non sono ben identificati. Il dato è positivo anche se, come spesso accade, esiste un’alta variabilità in questa distribuzione tra le regioni: per esempio, mentre l’Abruzzo ha la quasi totalità di mammografi digitali, in Lazio questi rappresentano il 50% della dotazione. Certo, anche i numeri contano: l’Abruzzo ha in tutto 31 mammografi, contro i 240 del Lazio.

Un altro elemento da tenere in considerazione è la vetustà degli apparecchi: anche in questo caso, i dati sono positivi: il 40,5% dei mammografi ha da 1 a 5 anni d’età, mentre il 27% ne ha da 6 a 10.
D’altro canto, il 22,5% dei mammografi ha più di 10 anni, il che non li rende necessariamente inadeguati al loro uso, ma certo più costosi e meno produttivi.

Inoltre, bisogna vedere se i vecchi macchinari riusciranno a soddisfare i requisiti richiesti dalla nuova normativa EURATOM in fatto di quantità di dose radiante emanata. Da aggiungere che gli apparecchi più vecchi appartengono alla categoria “analogico”, mentre mediamente quelli digitali sono più moderni.

Da un punto di vista regionale, Provincia Autonoma di Bolzano e Molise sono quelle con la media di età più alta, rispettivamente di 11,2 e 10,6 anni, mentre Abruzzo e Umbria sono quelle con la media più bassa, pari a 5,5 e 5,7 anni. La media nazionale è invece di 7,6 anni. Ma dove si trovano questi mammografi? Come accennato, una Rete oncologica efficiente deve poter contare di strumenti di diagnosi nei nodi giusti! Bene, il 38% dei mammografi italiani si trova in una struttura Spoke, mentre il 32% in un Hub e il restante 30% in una struttura che non fa parte della Rete.

A livello nazionale, però, c’è attenzione affinché gli hub possano contare su macchinari digitali: a questo livello i mammografi analogici sono solo il 12,8%. Sempre parlando di distribuzione, inoltre, il SSN è il principale detentore di mammografi con il 52,7% contro il 46,5% delle strutture private. Anche in questo caso esiste una diversità tra Regioni: i due estremi sono la Provincia Autonoma di Bolzano, dove i mammografi sono tutti statali, e la Campania, dove il 79% è invece privato. Per finire, il documento parla anche dell’uso di questi strumenti, mettendo a confronto le Regioni: si scopre allora che ci sono Regioni più attive e altre meno.

Per esempio, Emilia-Romagna e Campania hanno più o meno lo stesso numero di mammografi, rispettivamente 103 e 102, ma la prima esegue circa 509.635 prestazioni l’anno, tra pubblico e privato accreditato, mentre la seconda solo 150.551.

Se si considera come dato di confronto il numero di prestazioni per mammografo, allora Emilia-Romagna (4.948), Toscana (4.339), Liguria (4.373) e Provincia Autonoma di Bolzano (4.152) sono le Regioni con maggiore attività l’anno. Certo, questi numeri possono essere determinati da una serie di fattori, compresa la richiesta effettiva da parte della cittadinanza, l’attività erogata a carico delle strutture private e il numero di macchinari a disposizione in relazione alla cittadinanza, alle volte forse eccessivo. Grazie a questa fotografia è ora possibile individuare le carenze presenti nelle Reti Oncologiche Regionali e fare un programma di riorganizzazione per aumentarne l’efficienza e, perché no, utilizzare al meglio i macchinari a disposizione.

Stefania Somaré

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