Ricominciamo a valutare

Mi addentro in un argomento forse non propriamente mio, stimolato dal lavoro quotidiano e dall’articolo del gruppo della LIUC che troverete in questo numero (ndr: Tecnica Ospedaliera n. 8, ottobre 2026, pagg. 16-20). Il tema dei costi – con particolare riferimento a quelli della tecnologia – è un tema storico che probabilmente non ha soluzione. Da un lato, sono noti e comprensibili i vincoli che vengono posti (personale, farmaci, dispositivi), necessari se si vuole effettivamente governare la spesa e cercare di “guidare” l’uso delle risorse. Dall’altro è evidente che i costi tendono costantemente a crescere.

Dal mio modesto osservatorio, la situazione risulta molto complicata e non facilmente risolvibile, anche per l’approccio naturalmente (ontologicamente?) diverso in funzione del livello di appartenenza. A livello aziendale intercettiamo un bisogno mediato da mille fattori (valutazione tecnologica, abitudine, pubblicità) che porta a richiedere un dispositivo spesso senza porsi il problema di capirne l’impatto economico sul singolo centro di competenza e anche sui costi dell’Azienda nel suo complesso.

Esiste, però, anche un altro aspetto: se analizziamo la distribuzione dei costi dei DM nelle nostre aziende (vi invito a farlo ed eventualmente a dirmi che la mia analisi è errata) ci accorgiamo che circa l’80% dei costi è concentrato sul 20% dei dispositivi acquistati (dice così la legge di Pareto, ma se guardate i vostri numeri penso ne troverete riscontro). Ma…. a sua volta, quel 20% è costituito in buona parte da dispositivi collegati in modo biunivoco alla prestazione: significa che un modo per non avere quei costi è…. non curare i pazienti. E non possiamo!

A livello più alto sembra che il problema sia “far tornare i conti”. Il punto non è tanto lavorare per macroaree a cui assegnare una percentuale, ma porsi il problema che quelle percentuali potrebbero, per esempio, dover variare nel tempo a fronte di una modifica della richiesta dei fattori produttivi. Certo, l’affermazione teorica è semplice, metterla in pratica un po’ più complicato e soprattutto richiede una conoscenza e un’analisi del mondo reale che sembra ignota ai più. Penso si possa chiamare anche “programmazione”.

D’altra parte, mi sembra semplicistico cercare di risolvere il problema solo tramite l’azione di procurement. Le leve contrattuali sono cambiate, i costi della filiera produttiva pure, abbiamo aggiunto balzelli e accise (payback, 0,75% per la valutazione delle tecnologie), dipendiamo sempre più spesso da gare centralizzate che non sempre riescono a realizzare riduzioni di costo rispetto al dato storico. Insomma, anche chi compra rischia di avere un’efficacia limitata a causa delle “condizioni al contorno” e comunque non sufficiente a gestire il problema dell’aumento dei costi.

Né d’altra parte possiamo fermare l’innovazione, specialmente quella vera. Occorre, secondo me, tornare alla valutazione delle tecnologie, alla capacità di capire in modo oggettivo cosa serve quando, che il “prodotto di punta” o di ultimissima generazione non serve sempre. Una valutazione locale che non si limita agli aspetti di efficacia, sicurezza e appropriatezza ma integra la componente economica avendo il coraggio di respingere le richieste se non rispondono a determinati criteri.

Certamente le indicazioni di valutazioni di più alto livello non possono che essere di aiuto anche per tracciare una via e dare supporto autorevole a questa attività valutativa locale, che rimane però necessaria perché aderente al contesto specifico. Questo richiede tempo. Ma, come scritto in uno dei precedenti editoriali, questo sembra esaurito; nel senso che spesso la risposta deve arrivare… prima della domanda.

Questa valutazione multidisciplinare ha un nome noto ai più, è un’attività a cui la comunità scientifica italiana ha dedicato tempo e risorse (almeno quelle intellettuali). Per di più quest’anno si festeggiano i 20 anni di quel documento (redatto a Trento nel 2006) che invitava a una valutazione multidisciplinare e oggettiva, utile ai decisori e necessaria per garantire la sostenibilità del sistema. Il Covid ci ha un po’ fatto perdere questa visione e l’attività centrale – ben struttura e necessaria – non è di per sé sufficiente nel nostro quotidiano reale.

Per questo l’invito è: ricominciamo a valutare. Seriamente, collegialmente, sfruttando competenze ed esperienza delle varie figure professionali senza farsi comandare né dal tecnicismo estremo, né dalla volontà specifica né dall’ansia di produrre. Chi ha affrontato seriamente questo processo sa che funzionava, quindi perché non iniziare di nuovo per poter avere un vantaggio per il nostro Ssn?

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here