Erogare la sanità che serve vicino al paziente

30 giugno 2026. Agli addetti ai lavori questa data non è sfuggita, anzi ha rappresentato forse un incubo tecnico-amministrativo. Per i più distratti lo ricordo qui: è la data in cui abbiamo dovuto concludere la maggior parte dei progetti Pnrr. Con la eccezione di qualche “codina” più che motivata, Grandi Apparecchiature, Case di Comunità, Ospedali di Comunità e anche i posti letto di Terapia Intensiva e Sub Intensiva finanziati inizialmente con il DL 34.

Da un lato, 4 anni di lavoro intenso con il supporto anche, dobbiamo ricordarlo, dei fornitori, che ci hanno aiutato nell’attuazione di un progetto estremamente ambizioso e certamente importante per il nostro Ssn. Dall’altro, ricadute amministrative che ci seguiranno (o perseguiteranno) per qualche tempo con dichiarazioni, attestazioni, verifiche, relazioni, tabelle Excel.
Perché non basta dimostrare fisicamente di aver fatto le cose (fortunatamente sono lì da vedere) ma occorre anche produrre una montagna di carta come se questa fosse più importante delle realizzazioni fisiche a cui tutti abbiamo contribuito.

Esiste poi una “terza faccia” ed è caratterizzata dalla sua eredità, da cosa è iniziato il 1° luglio. Lancio delle provocazioni per punti (e poi avremo certamente tempo di verificarne la correttezza). Sulle grandi apparecchiature restano vivi due temi: il primo è la conduzione delle apparecchiature che abbiamo installato: devono essere manutenute e, dopo aver goduto di due anni di garanzia, oggi tornano a essere un costo che attestiamo sui nostri bilanci.

ondi che, in un periodo di risorse finite, negli ultimi due anni abbiamo utilizzato per fare fronte ad altre esigenze e che quindi oggi vanno reperiti in qualche modo. Il secondo è il fatto che non abbiamo sostituito tutte le apparecchiature necessarie e, soprattutto, tra qualche anno avremo 3.133 apparecchiature che arriveranno a fine vita più o meno tutte insieme. E non ci sarà un nuovo Pnrr.

Case di Comunità e Ospedali di Comunità costituiscono forse la sfida più impegnativa. Rappresentano, infatti, una novità sostanziale nel modo di fare sanità che richiede un percorso culturale anche per i pazienti, che devono capire che possono affidarsi ai servizi qui offerti perché troveranno la stessa passione e competenza che trovano negli ospedali.
Ma occorre capire che bisogna andarci e non andare sempre in Pronto Soccorso. Ma anche queste chiedono uno sforzo di risorse (soprattutto umane) che devono essere individuate, formate e motivate. Non è sufficiente trasferirle dagli ospedali, altrimenti saranno questi ad andare in (ulteriore) difficoltà.

La risposta al bisogno di salute deve essere cercata nel coordinamento delle risorse e dell’organizzazione e nella necessità di cambiare la visione che i pazienti hanno del nostro servizio sanitario. E noi con loro, credendo un po’ di più nella possibilità reale di erogare la sanità che serve vicino al paziente. E “qui sta il busillis”, come diceva l’Azzeccagarbugli.

Da ultimo, i “posti letto del DL 34” (Terapia Intensiva e Sub Intensiva): nascono come la possibilità di risposta a emergenze e pandemie. Ovviamente, tutti ci auguriamo di non doverli utilizzare, ma anche in questo caso la sfida è organizzativa. Dobbiamo trovare un modo di tenerli vivi, di utilizzarli (per scopi ovviamente diversi da quelli per cui sono stati costruiti) per evitare che, in caso di malaugurata necessità, non si debba passare troppo tempo a togliere la polvere dalle apparecchiature e dalle strutture.

Se usati in modo intelligente e avendo le risorse necessarie, possono quindi essere un aiuto anche nella risposta al bisogno di salute quotidiano. Ma anche in questo caso, come per le Case di Comunità, abbiamo bisogno di persone, di uomini e donne che ancora una volta decidono di dedicare buona parte della propria giornata alla salute dei propri concittadini.

Come detto, ogni punto di arrivo è un punto di partenza e la sfida che pone sembra più ardua di quella che l’ha preceduta. Ma non ci siamo fermati e quindi affronteremo insieme anche questa.

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