Costruire insieme un’innovazione al servizio della salute

Si è concluso il XXVI convegno nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici, come sempre momento di incontro e confronto tra professionisti. Il tema di quest’anno è quanto mai attuale, perché ha nel titolo una parola certamente abusata: “innovazione”.

La sanità è da sempre fatta di innovazione. In campo tecnologico e in campo organizzativo. Nel primo caso la spinta è totalmente “clinica”, intendendo questa come idea pratica di risposta a un bisogno di salute o direttamente rappresentato dai pazienti o “mediato” dai clinici che raccolgono il bisogno e, anche attraverso la tecnologia, ideano la possibile risposta. Nel secondo caso le spinte potrebbero essere di altra natura (l’ottimizzazione dei processi dettata da qualità e sostenibilità, per esempio), ma in entrambi i casi deve essere evidente chi è il destinatario della nostra azione. Il paziente.

Come ho scritto anche in un precedente editoriale, innovare significa osservare il reale, coglierne i bisogni e tradurli in oggetti utili. Sembra semplice, ma richiede genio e ingegno. Il primo non è di tutti, mentre il secondo è molto più semplice da mettere in atto… basta non farsi schiacciare e annichilire dal quotidiano. L’incontro con tutti quelli che si occupano di innovazione (e il convegno è momento privilegiato, fosse solo per il fatto che buona parte è fisicamente nello stesso luogo) è un modo per cogliere la novità e prendere lo slancio per proseguire o ripartire.

Riporto di seguito un paio di passaggi dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, perché molto pertinenti questo argomento, in particolare sulla relazione tra tecnologia e innovazione e il nostro modo di porci rispetto a queste.

“Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare. La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie”. E ancora “(la tecnologia) non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Questi siamo noi (ingegneri, medici, infermieri…). Per questo – usando sempre parole del Papa – occorre decidere se porsi come “un potere che pretende di dominare il cielo o un popolo che … si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”.

Infine, sempre il Papa scrive che “(Ri)costruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità”.

Proprio tutti noi siamo questo popolo di tecnici che accetta la sfida di costruire qualcosa utile alla convivenza, essendo risposta al bisogno di salute e che dialoga con tutti per rendere questa costruzione ancora più efficace.

Le giornate del convegno sono state segno tangibile di questo slancio (anche gli abstract che sono stati presentati dai colleghi portano questo vissuto quotidiano) e “benzina” per poter ripartire in questa costruzione che è il nostro lavoro di tutti giorni.

Ripartiamo da qui.

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