Sfida Ictus 2030: l’Italia punta su IA, equità e cure sostenibili

Con 1,46 milioni di casi in Europa e un costo sociale di 60 miliardi di euro, l’ictus impone un cambio di paradigma fondato su misurabilità degli esiti, prevenzione multisettoriale e accesso uniforme alle Stroke Unit sul territorio.
L’ictus cerebrale è tra le emergenze sanitarie più rilevanti a livello europeo. Nel 2025 si sono registrati circa 1,46 milioni di casi, con impatto economico stimato in 60 miliardi di euro e persistente disomogeneità nell’accesso alle cure: Stroke Unit, trombolisi sistemica, trombectomia meccanica e follow-up strutturato sono distribuiti in modo non uniforme tra i diversi sistemi sanitari nazionali.

In questo quadro si colloca ISA-AII 2026, il congresso nazionale che riunisce clinici, ricercatori, decisori di politica sanitaria e rappresentanti delle associazioni di pazienti attorno all’obiettivo comune di garantire a ogni persona colpita da ictus, indipendentemente dall’area geografica di residenza, un accesso tempestivo, appropriato e continuativo alle migliori cure disponibili.

Stroke Action Plan for Europe

L’orizzonte programmatico di riferimento è lo Stroke Action Plan for Europe 2018-2030 (SAP-E), aggiornato a metà percorso nel 2026. Francesca Romana Pezzella, chair SAP-E e segretaria nazionale ISA-AIII, fa sapere che il piano si pone quattro obiettivi strategici interconnessi:

  • ridurre di oltre il 15% l’incidenza di ictus, standardizzata per età e sesso, entro il 2030
  • assicurare che almeno il 90% dei pazienti in fase acuta sia ricoverato in una Stroke Unit come primo livello di cura
  • dotare ciascun Paese di un piano nazionale strutturato, dalla prevenzione primaria alla riabilitazione e alla vita dopo l’ictus
  • intervenire in modo multisettoriale su fattori di rischio e determinanti ambientali, sociali ed educativi della salute cerebrovascolare.

Punti di forza e aree di miglioramento

In Italia abbiamo ottenuto risultati rilevanti nella gestione della fase acuta, in particolare nella somministrazione della trombolisi sistemica, ma restano ampie aree di miglioramento in prevenzione secondaria, governance nazionale e rendicontazione sistematica degli esiti clinici.

L’Action Plan for Stroke in Italy 2024-2030 (SAP-I) risponde a questa necessità configurandosi come piattaforma strategica per connettere reti cliniche, flussi di dati, processi di audit e responsabilità istituzionali. L’obiettivo è tradurre le buone pratiche sviluppate a livello regionale in standard nazionali confrontabili e verificabili, colmando il divario tra eccellenze locali e sistema sanitario nel suo complesso.

«L’ictus richiede una visione che vada oltre la singola prestazione clinica», dichiara Mauro Silvestrini, past president ISA-AII. «Costruire il futuro della cura significa rendere strutturali le buone pratiche, superare le disuguaglianze territoriali e rafforzare una governance nazionale fondata su reti, dati e responsabilità condivise. ISA-AII 2026 riafferma la necessità di trasformare l’eccellenza in un diritto concreto e misurabile per tutte le persone colpite da ictus».

Priorità operative del SAP-I

ISA-AII 2026 sancisce un cambio di paradigma: il passaggio dalla somma di eccellenze locali a una strategia nazionale misurabile, sostenibile e centrata sulla persona. Le priorità operative identificate dal SAP-I includono: allineamento degli standard di cura italiani ai benchmark europei del SAP-E, definizione di un dataset minimo nazionale con sistemi di audit continuo, misurazione sistematica dell’accesso alla Stroke Unit entro 24 ore dall’esordio dei sintomi, standardizzazione dei Pdta su scala nazionale.

«ISA-AII 2026 porta al centro un cambio di passo: passare dalla somma di eccellenze locali a una strategia nazionale misurabile, sostenibile e centrata sulla persona», dichiara Leonardo Pantoni, presidente eletto ISA-AII. «Le priorità indicate dal SAP-I sono concrete: allineare gli standard di cura italiani ai benchmark europei, definire un dataset minimo nazionale con audit continuo, misurare l’accesso alla Stroke Unit entro 24 ore, standardizzare i PDTA, rendere obbligatori il piano riabilitativo e la transizione di cura».

Intelligenza artificiale, telemedicina e medicina digitale

In questo contesto, intelligenza artificiale, telemedicina e medicina digitale sono infrastruttura di equità per il sistema di cura dell’ictus. Le evidenze derivanti dall’implementazione del SAP-E nei diversi contesti europei mostrano che le soluzioni basate su IA possono migliorare la valutazione pre-ospedaliera e l’integrazione tra team territoriali e strutture ospedaliere, che la telemedicina è applicabile e clinicamente utile nelle aree a bassa densità di centri specialistici, dove facilita il triage, sostiene la decisione terapeutica in urgenza e consente modelli organizzativi flessibili lungo tutte le fasi della rete ictus.
In Italia le 7 reti di telestroke operative hanno mostrato impatto rilevante su accessibilità ed equità delle cure. Le soluzioni di medicina digitale si estendono, inoltre, dalla gestione della fase acuta al monitoraggio domiciliare per la prevenzione di recidive, alla riabilitazione motoria e cognitiva, fino al supporto alla qualità della vita nel lungo periodo.

Personalizzazione e continuità della cura

La presa in carico integrata e la continuità terapeutica sono il nodo più critico del sistema di cura dell’ictus. Prevenzione secondaria, pianificazione riabilitativa individuale, transizione di cura, controllo dei fattori di rischio cardiovascolare e attenzione alla qualità della vita post ictus (incluso il supporto ai caregiver) sono i pilastri di un modello che non può essere relegato alla sola fase ospedaliera acuta.

La personalizzazione della terapia, in questo quadro, non si riduce alla selezione del farmaco più appropriato, ma si traduce in progettazione del percorso giusto per la persona giusta al momento giusto. Questo principio richiede sistemi informativi robusti, professionisti formati e una governance in grado di garantire la coerenza del percorso clinico-assistenziale.

«L’ictus non finisce con la dimissione», conclude Paola Santalucia, presidente ISA-AII. «Serve un sistema rapido in fase acuta, continuo nel follow-up, solido nei dati e giusto nell’accesso. La tecnologia ha valore solo se riduce le distanze, aumenta l’equità e rende la cura più personalizzata».

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