La verità sulla professione medica

La verità sulla professione medicaLa ricerca “Truth about doctors” condotta da McCann Health su 2.000 medici curanti in 16 Paesi ha evidenziato il desiderio di questi ultimi di restare al centro dell’erogazione dei servizi sanitari con il supporto delle nuove tecnologie, a dispetto delle difficoltà che li ostacolano.
Né dinosauri tagliati fuori dal progresso tecnologico né supereroi la cui qualità della vita resista alle molte tensioni insite oggi nell’esercizio della loro professione.

Il momento è cruciale per i fornitori di servizi sanitari e in generale per tutti i portatori di interesse dell’ecosistema healthcare. Riforme e processi di razionalizzazione della spesa sono una necessità avvertita su scala globale e tanto l’affermazione delle nuove tecnologie quanto quella di alcuni player inediti contribuiscono a mutare equilibri e responsabilità nel settore. Offrire assistenza è la missione alla quale i protagonisti si sentono vocati e votati, ma questa è messa in dubbio dalle restrizioni economiche e dai vincoli burocratici che sempre più spesso limitano la professione e la libertà nell’assistenza stessa. Il risultato è uno stato di frustrazione percepibile ovunque con risvolti drammatici.

In Italia il 64% degli interpellati ha riportato disturbi del sonno; il 67% anche difficoltà nella vita coniugale. Nel mondo, le cifre relative sono rispettivamente del 66% e del 58%, ma picchi di particolare gravità sono stati registrati nel primo caso in Cina (82%) e in Brasile (72); nel secondo in Germania (73%) e nel Regno Unito (68%).
Il quadro si complica alla luce del numero crescente di pazienti con i quali un clinico deve confrontarsi ogni giorno, specie in territori come Cina e India, nonché dei rischi di un’azione legale a suo carico intrapresa dagli stessi pazienti o dai loro familiari. È questa la principale fonte di preoccupazione del 37% degli intervistati da McCann Health, specializzata nel marketing e nella comunicazione in ambito sanitario; seguito dalle criticità del rapporto con la burocrazia (28%) o del dialogo con le pubbliche amministrazioni (15%).

La tecnologia fra promesse e minacce
L’uso dell’hi-tech è considerato positivamente, nella consapevolezza che «padroneggiando il sistema economico-gestionale» circostante si possa «riacquistare la padronanza» nella terapia. Le incognite e le diffidenze, tuttavia, non mancano. Da un lato, l’ubiquità e la potenza dei moderni dispositivi e di internet e le capacità in espansione delle piattaforme di calcolo possono garantire alla professione un surplus di rapidità e precisione. Dall’altro c’è la comprensibile paura di poter essere soppiantati dai robot in un futuro non troppo lontano.
La sfida con gli automi si vince valorizzando la relazione diretta con il malato, secondo quel 59% di medici convinti che empatia e comprensione umana, predisposizione all’ascolto e sensibilità siano le risorse principali e più valide. L’altra faccia del progresso tecnologico è incarnata dal web e soprattutto dai social network.
A questo proposito le risposte date alla survey evidenziano un atteggiamento di cauta apertura.
Il 70% del campione ritiene che la digitalizzazione sia, nelle sue molteplici sfaccettature, utile ai pazienti e proficua per l’instaurazione di un dialogo fruttuoso e franco con la medicina. Opinione consolidata è però che almeno un paziente su cinque sembri dare maggior peso a quanto letto in rete che non alla diagnosi di un esperto.
Per il 59% di quanti sono stati coinvolti nell’inchiesta aumentano i rischi di autodiagnosi scorretta e il pericolo di abbandonarsi all’ipocondria (35%).
A ulteriore testimonianza della relazione ambigua con internet, il dato secondo il quale il 38% dei medici pensa che esso spinga gli utenti a effettuare check-up più frequenti. A questo fa da contraltare un altro 38%, che riscontra come un adeguato follow-up sia un obiettivo difficile da raggiungere in un mondo in cui spesso i pazienti non accettano consigli, persuasi di saperne più del clinico.

Roberto Carminati

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