Rete oncologica ed ematologica per il Veneto

Rete oncologica ed ematologica per il VenetoAlla rete oncologica veneta si è aggiunta di recente la rete ematologica regionale, concludendo il quadro organizzativo della diagnosi e trattamento dei tumori in regione Veneto.

I pilastri attuativi delle due reti sono il modello Hub&Spoke, una metodologia di analisi e scelta dell’innovazione che privilegia l’innovazione, un’organizzazione della ricerca che evita la polverizzazione dei finanziamenti e un rapporto continuo e privilegiato con le associazioni dei pazienti chiamate a una partecipazione attiva delle scelte.

Del “modello veneto” si è parlato nel corso del convegno organizzato da Motore Sanità, con il supporto non condizionato di Bristol-Myers Squibb, Jazz Pharmaceuticals, Amgen, Pfizer, Takeda, che ha visto la partecipazione dei principali attori e delle istituzioni regionali.

Domenico Mantoan

«Gli specialisti devono lavorare in rete per rendere omogenea l’assistenza sul territorio Veneto. L’esempio è la Rete Oncologica Veneta (Rov), dove abbiamo costituito un Istituto Oncologico (Iov), dove tutti i cittadini hanno la stessa opportunità di cura», ha spiegato Domenico Mantoan, direttore generale Sanità e Sociale Regione del Veneto.

Secondo Mantoan, la grande sfida della sanità è una nuova governance del sistema del farmaco e il concetto di rete.

«Abbiamo avviato la Rete Ematologica veneta, che ha anche compito di gestire le cell factory e il nuovo metodo di terapia cellulare. Inoltre, abbiamo definito i poli ematologici negli ospedali di riferimento e definito a rete la Radioterapia. Un altro aspetto importante è l’adesione alla Scuola Sant’Anna di Pisa, che misura le organizzazioni, le singole aziende e nella loro somma il comportamento della Regione».

Circa i tempi d’attesa Manotan ha precisato che «in Veneto non ci sono tempi d’attesa per la chirurgia oncologica. Tutta la struttura di Azienda Zero ha concorso a migliorare i tempi chirurgici medi d’attesa, che sono sensibilmente migliorati».

All’Istituto Oncologico Veneto di Padova (Iov) è stato affidato il coordinamento della Rete Oncologica del Veneto (Rov), un modello che predilige il ricorso a strumenti di governo clinico con l’obiettivo di garantire uguaglianza e uniformità nell’accesso alle cure, sicurezza delle prestazioni, tempestività della presa in carico e continuità dell’assistenza.

Secondo Patrizia Simionato, direttore generale dell’Istituto Oncologico Veneto di Padova, «la sfida attuale, di fronte a questo tema complesso, è un continuo adeguamento di processo, di approccio e di organizzazione».

Nell’ambito della sua organizzazione, l’Istituto si è dotato di una tecno-struttura con personale dedicato alle attività della Rete.
«Dal punto di vista di gestione della presa in carico del paziente», ha proseguito Simionato, «si vuole realizzare un modello che preveda una “valutazione multidisciplinare di secondo livello” della Rete Oncologica attraverso un sistema di health meeting, affinché ogni paziente che ne abbia bisogno possa ricevere la consulenza adeguata e l’implementazione dei punti d’accoglienza della Rov».

Da sinistra, Patrizia Simionato, direttore generale dell’Istituto Oncologico Veneto di Padova, e Luciano Flor, direttore denerale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova

Il modello Hub&Spoke della Rete Oncologica Regionale del Veneto è sempre più di supporto rispetto all’evoluzione delle risposte rivolte ai pazienti oncologici.

Lo step ulteriore di potenziamento della rete oncologica riguarda la costituzione a centri di riferimento per patologia nella rete regionale.

In tal senso, sono già stati definiti i centri di riferimento di senologia per le donne affette da tumore della mammella e nel corso del 2018 verranno definiti i centri di riferimento per i pazienti affetti da melanoma, sarcomi e tumori del colon e del retto.

«Sul fronte della terapia oncologica», ha spiegato il professor Pierfranco Conte, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica 2 dell’Istituto Oncologico Veneto e coordinatore della Rete Oncologica Veneta, «abbiamo farmaci innovativi che vanno a impattare in modo determinante con la prospettiva di vita e il decorso di malattia dei pazienti.

Tuttavia ogni innovazione tecnologica o farmacologica, prima di essere introdotta, non può prescindere da una riorganizzazione del sistema affinché a ogni paziente possa essere offerto il trattamento il più personalizzato possibile anche in considerazione del costo/beneficio economico e sociale».

L’ematologia è uno degli ambiti medici nei quali l’eccellenza dei risultati è strettamente legata alla corretta e tempestiva applicazione di complessi e costosi percorsi diagnostico-terapeutici, basati su procedure innovative che richiedono un’approfondita conoscenza dei meccanismi fisio-patologici di tipo biologico-molecolare dai quali discendono razionali ed efficaci approcci terapeutici.

Ne deriva la necessità di valorizzare e ottimizzare le conoscenze e le risorse individuali, sociali, tecnico-professionali e gestionali che caratterizzano l’ambito professionale specifico.

Secondo Gianpietro Semenzato, direttore dell’Unità Operativa di Ematologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, coordinatore tecnico-scientifico della nuova Rete Ematologica Veneta (Rev) «mettendo in rete tutte le realtà e le strutture che a vario titolo gestiscono i bisogni dei pazienti con malattie ematologiche si può creare una sinergia per affrontare non solo le esigenze assistenziali, ma anche per soddisfare i bisogni formativi e favorire la ricerca clinica».

«La Rete Ematologica Veneta», ha proseguito Semenzato, «ha il compito di coordinare e ottimizzare il modello assistenziale per i pazienti adulti con malattie del sangue, per garantire a ciascun paziente tempestività e appropriatezza diagnostica e terapeutica, indispensabili per ottenere i migliori risultati clinici e attuare un corretto impiego delle risorse».

La sfida futura nella governance delle reti è individuare strategie di valutazione attraverso modelli specifici per il monitoraggio dei percorsi e delle tecnologie per garantire equità ed efficacia nei percorsi oncologici.

«Il calcolo di indicatori di struttura e di processo, attraverso i flussi amministrativi sanitari, rappresenta una risorsa importante per la programmazione all’interno della Rete», ha spiegato Alberto Bortolami, coordinatore della Rete Oncologica dell’Istituto Oncologico Veneto di Padova. «L’obiettivo è attuare un confronto tra i vari centri regionali per verificare l’omogeneità di risposta al bisogno oncologico sul territorio regionale».

Per quanto riguarda l’offerta radioterapica e la copertura omogenea del territorio, dal giugno 2015, per volontà della Direzione Generale della Sanità della Regione Veneto, le 10 Unità Operative di Radioterapia operanti nella Regione (8 pubbliche e 2 private convenzionate) si sono strutturate in un gruppo codificato, denominato Rete Radioterapica Veneta, inserito all’interno della Rov.

L’organizzazione in rete dei centri consente di perseguire con continuità alcuni principi cardine, a garanzia della qualità assistenziale offerta al cittadino, in termini di equità e facile accessibilità ai servizi, di standard di sicurezza e qualità, nonché di appropriata organizzazione dei servizi.

Il documento relativo a “classi di priorità clinica per l’esecuzione del trattamento radioterapico” (decreto Regionale n. 0018 del 13/6/2016), volto a standardizzare i tempi d’attesa, tra l’indicazione a sottoporre il paziente al trattamento e l’inizio del medesimo, in base a criteri clinici e a quanto suggerito da linee guida nazionali e internazionali, e l’inserimento della figura del radioterapista all’interno del Coordinamento regionale per le cure palliative e la lotta al dolore (nota n. 166919 del 7.5.18), allineando la rappresentatività istituzionale anche per l’indicazione terapeutica alla lotta al dolore, sono alcune delle iniziative che nella Regione Veneto sono state messe in atto, per realizzare un modello assistenziale fortemente integrato.

«Da un recente censimento interno alla Rete Radioterapica le attrezzature presenti, calcolate secondo standard internazionali, risultano essere 7,8 per milione di abitanti (acceleratori, Gamma Knife, tomoterapia, CyberKnife, Iort), 5,6 per milione di abitanti se si considerano solo gli acceleratori – ha spiegato la dottoressa Simona Bellometti, direttore sanitario Ulss 8 Berica -. Perseguire il miglioramento continuo e standard di qualità assistenziale elevati, anche attraverso il monitoraggio di indicatori inseriti nel “Progetto di valutazione della performance della Scuola S. Anna di Pisa” ha consentito all’esperienza veneta di raccogliere l’apprezzamento di Società Scientifiche Nazionali e degli specialisti affini di altre Regioni italiane».

Sul valore aggiunto del “modello a rete che mette al centro il paziente”, ha dichiarato così Luciano Flor, direttore generale della Aou di Padova: «Noi siamo dietro a una organizzazione che è finalizzata a dare il massimo ai malati».

Mentre sul progetto “Periplo”, interviene così ha spiegato il professor Gianni Amunni, direttore generale dell’Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica della Regione Toscana.

«Le Reti Oncologiche sono il modello già operante in alcune regioni (Piemonte, Toscana, Veneto, Lombardia, Umbria, Liguria e Provincia Autonoma di Trento) e che deve invece essere attuato in altre. Il modello a rete costituisce la migliore modalità per garantire omogeneità delle prestazioni, qualità dei percorsi, corretto uso delle risorse presenti nel territorio regionale. Periplo nasce dalla volontà di alcuni clinici e coordinatori di reti oncologiche, di confrontare varie esperienze anche ricorrendo a indicatori di percorso che siano effettivamente fruibili e confrontabili».

Secondo il Tribunale per i Diritti del Malato, lo stato di attivazione delle Reti Oncologiche in Italia è attualmente ancora molto disomogeneo ed è quanto emerge dal monitoraggio del 2017 effettuato da Cittadinazattiva/Tribunale del Malato.

«La Regione Veneto è stata virtuosa nell’istituzionalizzare la Rete Oncologica Veneta alla fine del 2013, con una definizione chiara degli obiettivi, dei livelli dell’articolazione dei Poli Oncologici e con un planning di attività ben definito», ha spiegato Silvia Cavallarin, vicepresidente Tribunale per i Diritti del Malato.

«Dalla parte dei cittadini possiamo dire che un ottimo risultato è che il paziente con un tumore venga preso in carico dall’inizio della scoperta della malattia fino alle cure domiciliari, smistandolo in automatico nei centri migliori del territorio per quel particolare tipo di patologia, senza che sia lui a muoversi alla ricerca dell’esperto di turno. Ora sarebbe auspicabile un implemento delle Reti Oncologiche Regionali secondo linee di indirizzo comuni, sviluppando una regia efficace tra gli organismi di governance (Ministero, Authorities, Regioni), rivedendo le modalità di finanziamento e di accesso alle risorse con razionalità, onestà e con l’esclusivo obiettivo di garantire non tutto a tutti, bensì tutto quanto è davvero utile ai cittadini e ai pazienti che davvero se ne possono giovare».

Cristina Suzzani

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