In Lombardia esperienze virtuose per uscire dall’impasse

I Pronto Soccorso italiani sono sotto pressione per l’aumento degli accessi (+29% dal 2020), la carenza di personale e il fenomeno del boarding. In Lombardia si tenta una riorganizzazione con nuovi modelli e triage più preciso. Centrale è la gestione della fragilità, con integrazione territorio-ospedale, team domiciliari e assistenti sociali, per ridurre i ricoveri e migliorare l’assistenza

I Pronto Soccorso italiani vivono da tempo una fase di tensione profonda, evidenziata da dati recenti e confermata da professionisti e società scientifiche. Se il ruolo di questi reparti è sempre stato centrale nell’assistenza sanitaria, negli ultimi anni la loro funzione è diventata quella di vero e proprio “tampone” di un sistema in difficoltà, incapace di rispondere adeguatamente alle esigenze emergenti dei cittadini. Il numero di accessi continua a crescere, con un incremento cumulativo del 29% dal 2020, secondo dati della Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza (Simeu). Questo riflette non solo la domanda di prestazioni urgenti, ma anche la difficoltà dei cittadini a trovare risposte alternative sul territorio, con accessi impropri anche per esigenze non emergenziali.

Carenza di personale e boarding

Uno dei nodi più intricati riguarda la carenza di personale. Simeu delinea uno scenario in cui mancano almeno 3.500 specialisti in emergenza-urgenza, a fronte di circa 9 mila necessari per una copertura adeguata. Ciò implica che solo il 62% delle posizioni sia coperto da medici del Ssn e che sia quindi massiccio il ricorso a soluzioni alternative (cooperative, libero-professionisti e specializzandi) per tamponare le lacune.

In alcune strutture periferiche e nei Dea di I livello la carenza raggiunge quote superiori al 50%, mentre circa il 17% dei turni resta scoperto o coperto in modo insufficiente. Così un’altra criticità evidente è rappresentata dal fenomeno del boarding: pazienti stabilizzati ma in attesa di un posto letto in reparto restano per ore, a volte giorni, sulle barelle del Pronto Soccorso. Ciò non solo sottrae risorse e spazio destinati ai nuovi arrivi, ma è anche una condizione clinica ed etica inaccettabile.

Le criticità lombarde

La Lombardia, Regione di punta della sanità nazionale, non sembra mostrare minori criticità. Anche i Pronto Soccorso lombardi, infatti, si confrontano da anni con problematiche che mettono sotto pressione pazienti e operatori sanitari.

L’aumento constante degli accessi, con quote importanti di casi a bassa complessità che gravano sulle strutture d’emergenza, l’organizzazione dei percorsi clinici e i tempi d’attesa sono al centro del dibattito pubblico dal momento che tutto ciò causa affollamento e significative attese per i pazienti, pur con differenze che variano da un’Ats all’altra.

La riorganizzazione dei Pronto Soccorso

In questo contesto, nel 2023 Regione Lombardia ha approvato una delibera di riordino dei Pronto Soccorso che mira a riorganizzare in modo più moderno e coerente la rete dell’emergenza-urgenza. Il piano, varato dalla Giunta regionale su proposta dell’assessore al Welfare, ha previsto che le strutture ospedaliere, sia pubbliche sia private, garantiscano immediata accoglienza dei pazienti e continuità delle cure, limitando la permanenza nel Pronto Soccorso al tempo strettamente necessario per completare l’iter diagnostico-terapeutico urgente, con l’obiettivo di mantenerla sotto le 8 ore.

La delibera ha introdotto anche un modello organizzativo che include, nei principali ospedali con Dea, Uoc di Pronto Soccorso e Medicina d’Emergenza-Urgenza, integrate con l’Osservazione Breve Intensiva e la degenza di Medicina d’Emergenza. Si mira così a un uso migliore delle risorse, evitando che pazienti con esigenze complesse restino per troppo tempo in aree non adeguate.

I nuovi codici di priorità

Un altro aspetto importante è la rimodulazione del triage: i Pronto Soccorso lombardi hanno adottato un sistema con cinque codici di priorità, passando da una semplice classificazione cromatica a una lettura più sfumata dei casi, per calibrare meglio tempi d’attesa e priorità d’intervento.

Questa innovazione, già avviata in alcune grandi strutture e in corso d’estensione, mira a rendere più accurata la valutazione clinica e ridurre gli errori di classificazione. Tuttavia, le reazioni alla riforma non sono univoche: per esempio, alcune associazioni di medici internisti hanno espresso critiche per essere state poco consultate in fase di elaborazione del piano e per contenuti che, a loro avviso, potrebbero non portare benefici tangibili ai pazienti o al sistema. Le preoccupazioni riguardano soprattutto l’impatto sull’organizzazione interna degli ospedali e sulle medicine interne, che accolgono gran parte dei pazienti ricoverati da Pronto Soccorso.

Come viene gestita la fragilità

In aggiunta a queste criticità, i Pronto Soccorso lombardi e italiani si trovano ad affrontare un’altra problematica trasversale: la gestione della fragilità. In assenza di strutture territoriali adeguate ad accogliere tale domanda, questi reparti si trovano a dover gestire pazienti che non trovano altrove risposta alle loro esigenze.

Tra questi, molti appartengono a categorie delicate: anziani spesso con pluripatologie e fragilità funzionale, persone con malattie croniche o invalidanti, pazienti di difficile gestione con comorbilità psichiatriche, disabili e stranieri con difficoltà d’integrazione sociolinguistica. Questi soggetti tendono ad arrivare al Pronto Soccorso con quadri clinici intricati, spesso accompagnati da fragilità sociali e cognitive che ne aggravano la presa in carico.

Barriere cognitive e socioculturali

Inoltre, nel caos dell’emergenza, i codici di priorità pur riformati non sempre catturano la vulnerabilità multidimensionale di un anziano fragile o di un paziente con disabilità: sintomi poco specifici possono essere sottovalutati e portare a ritardi diagnostici e terapeutici.

Inoltre, molti pazienti fragili non arrivano accompagnati da caregiver oppure arrivano con caregiver non sufficientemente informati, con conseguente difficoltà nella raccolta anamnestica e nella valutazione clinica. Anche le barriere linguistiche e culturali possono compromettere la comprensione delle informazioni cliniche, aumentando il rischio di errori o incomprensioni.

Come misurare la fragilità

Le soluzioni possibili richiedono una rivoluzione organizzativa e culturale. In primo luogo, è essenziale implementare strumenti di valutazione della fragilità già in triage e formare infermieri e medici all’uso di scale validate. Per esempio, per quanto riguarda gli anziani con fragilità, la letteratura internazionale sottolinea l’importanza di adottare strumenti di screening strutturati, come la Clinical Frailty Scale (CFS) o programmi dedicati come APOP (Acutely Presenting Older Patient), già implementato in alcuni contesti europei, che hanno dimostrato di migliorare l’assistenza e la sicurezza clinica dei pazienti over 70 attraverso una valutazione iniziale standardizzata seguita da interventi mirati.

Di questo tema si è occupato, per esempio, uno studio condotto da ricercatori dell’Ospedale Maggiore di Bologna e pubblicato nel 2025 dal Journal of Gerontology & Geriatric Medicine. Anche modelli di valutazione geriatrica integrata, come la CGA (Comprehensive Geriatric Assessment), potrebbero migliorare gli esiti clinici, ridurre le riammissioni non programmate e orientare meglio la dimissione verso servizi territoriali appropriati. Tuttavia, tali strumenti sono ancora poco diffusi nella pratica quotidiana e molti Pronto Soccorso non dispongono di team formati per utilizzarli efficacemente.

Occorre una visione nuova

Riformare i Pronto Soccorso richiede, però, anche un cambiamento culturale e organizzativo dall’interno, accanto all’aggiornamento delle normative. A dimostrarlo sono alcune esperienze di successo, provenienti proprio dalle aziende territoriali lombarde. Lo scorso dicembre a Castellanza (Varese), presso la sede dell’Università Liuc Carlo Cattaneo, si è tenuto il convegno “Best practices sociosanitarie in Regione Lombardia: misurare per innovare”, nel corso del quale sono stati presentati progetti innovativi di gestione della sanità territoriale.

Quelli riguardanti il Pronto Soccorso e la gestione della fragilità, in particolare, rappresentano esperimenti di grande interesse replicabili anche su altri territori. Per esempio, l’Asst dei Sette Laghi ha attivato un team di risposta rapida domiciliare (Trrd) e un’Obi virtuale per migliorare la gestione dei pazienti fragili dimessi dal Pronto Soccorso, così da garantire sicurezza clinica e continuità assistenziale a domicilio.

Integrare Pronto Soccorso e territorio

Il contesto di partenza evidenzia una criticità rilevante: i pazienti over 80 sono l’11% degli accessi in Pronto Soccorso in Lombardia e il 18% a Varese, mentre il 40% di loro viene ricoverato ed è il 44% dei ricoveri totali da Pronto Soccorso. L’ospedalizzazione espone questi pazienti a rischi elevati, come boarding prolungato, degenze lunghe, delirium, cadute, complicanze e aumento della mortalità. Il percorso ideato prevede l’identificazione in Pronto Soccorso del paziente fragile candidato (CFS>4, over 80 o con demenza), eventuale osservazione in area dedicata e presa in carico entro 24 ore da parte del Trrd, per cinque giorni consecutivi.

Il Trrd è composto da medico e infermiere e dispone di strumentazione avanzata portatile: monitor con Ecg a 12 derivazioni, ecografo handheld, test ematici rapidi (emogasanalisi, creatinina ed emoglobina), kit per i parametri vitali e possibilità di somministrare farmaci per via parenterale.

Ottimi risultati e soddisfazione dei pazienti

Dal 18 dicembre 2024 al 30 settembre 2025 sono stati arruolati 406 pazienti con età media 82 anni, seguiti per una media di 3,6 giorni con diagnosi che spaziavano principalmente da scompenso cardiaco a infezioni e sindromi geriatriche postraumatiche.

I risultati? I rientri a 10 giorni sono stati il 13%, i ricoveri l’8% (nessuno dei quali in Terapia Intensiva), con solo due decessi non attesi. Non solo: il tasso di ricovero da Pronto Soccorso si è ridotto dal 23 al 17% e il boarding medio da 30 a 22 ore. Ottima anche la soddisfazione dei pazienti: il risultato medio del CSQ-8, il più diffuso strumento di valutazione di questo parametro, è stato di 31/32, con percezione di maggiore sicurezza e continuità tra ospedale e territorio.

Integrazione territoriale

Di pazienti anziani si è occupato anche un progetto voluto dall’Asst Ovest Milanese, di cui è stato presentato un poster al convegno Liuc dal titolo “Integrazione ospedale-territorio: la presa in carico nei distretti di anziani critici dimessi dal Pronto Soccorso”. L’idea di fondo è garantire continuità assistenziale dopo la dimissione a quegli over 65 fragili che, pur non richiedendo nuovi ricoveri, necessitano di monitoraggio clinico a breve termine.

La proposta si fonda sull’integrazione tra medici di assistenza primaria (Map), infermieri di famiglia e di comunità (IFeC), Unità di continuità assistenziale (Uca) e Centrali operative territoriali (Cot), che ricevono la segnalazione dal Pronto Soccorso e attivano il setting domiciliare più appropriato: l’obiettivo è rafforzare la presa in carico precoce e integrata, attivando un monitoraggio domiciliare breve per ridurre riacutizzazioni e accessi ripetuti al Pronto Soccorso. Dopo la segnalazione, Uca o IFeC effettuano una valutazione multidimensionale a domicilio pianificando un intervento personalizzato con il Map. Il percorso Uca ha durata massima di 5 giorni, con documentazione in tempo reale delle attività.

Soddisfazione, riduzione del dolore e impatto economico

Tra gennaio e novembre 2025 sono stati presi in carico 64 pazienti over 65 (di cui un 69% donne), in prevalenza nelle fasce 75-84 e 85-94 anni. Nei cinque giorni di sorveglianza si è osservata una riduzione del dolore nel 26% dei casi, nel 92% è stato effettuato almeno un contatto con Map o Pronto Soccorso e il 6% è rientrato in Pronto Soccorso entro cinque giorni mentre a 30 giorni i rientri sono stati il 5% e a 90 giorni l’1,5. Se da un lato tutti gli assistiti hanno espresso soddisfazione per il servizio, dall’altro l’analisi economica effettuata ha evidenziato una spesa media di 463 euro per il percorso Uca contro circa 3.200 euro per un ricovero medio di 10 giorni: insomma, efficacia e sostenibilità per una presa in carico domiciliare a breve termine, con prospettiva di standardizzazione ed estensione a tutti i distretti aziendali.

Il ruolo dell’assistente sociale

Accanto a medici di assistenza primaria, infermieri di famiglia e di comunità e operatori di Uca e Cot, un’altra figura professionale sta emergendo come centrale nelle dinamiche dei “nuovi” Pronto Soccorso: si tratta dell’assistente sociale, che costituisce sempre più l’attore di una svolta concreta nella gestione di tutte le fragilità nei contesti d’emergenza e urgenza.

A dimostrarlo è un atro progetto, firmato dall’Asst Nord Milano, che vede la luce in un contesto territoriale caratterizzato da forte invecchiamento della popolazione, alta incidenza di cronicità e non autosufficienza, diffusi fenomeni d’isolamento sociale e presenza significativa di cittadini in condizioni socioeconomiche fragili.

La valutazione sociosanitaria iniziale

In particolare, nei distretti della Media Valle del Lambro e del Parco Nord, tali fattori determinano un frequente ricorso al Pronto Soccorso anche per bisogni a prevalente componente sociale.

L’obiettivo del progetto, che prevede l’inserimento della figura fissa dell’assistente sociale in reparto, è ridurre accessi inappropriati e ricoveri evitabili intercettando precocemente le fragilità sociosanitarie.

La metodologia introduce, fin dal primo accesso in Pronto Soccorso, una valutazione integrata sociosanitaria attraverso strumenti strutturati come la Scala di Brass (Blaylock Risk Assessment Screening Score), utilizzata per identificare, entro 24-72 ore dal ricovero, i pazienti a rischio di dimissione difficile o prolungata.

Riduzione dei frequent user e delle dimissioni inappropriate

A questo scopo, l’Asst ha assegnato tre assistenti sociali a ciascuno dei due presidi ospedalieri territoriali (l’Ospedale Bassini di Cinisello Balsamo e l’Ospedale di Sesto San Giovanni), prevedendone la presenza programmata in Pronto Soccorso tre volte al giorno e su chiamata, in stretta integrazione con équipe medica, bed manager e infermiere. Dal 1° aprile 2025 presso il primo nosocomio sono stati presi in carico 75 pazienti con bisogno sociale (per esempio, situazioni di maltrattamento intrafamiliare e violenza di genere) mentre presso il secondo dall’11 agosto 2025 sono stati seguiti 9 pazienti.

Il Pronto Soccorso si configura così come osservatorio privilegiato dei fenomeni sociosanitari e punto d’attivazione tempestiva della rete, garantendo inoltre riduzione dei frequent user, delle dimissioni inappropriate e dei ricoveri impropri, contenimento dei tempi d’attesa e di boarding, e attivazione più rapida dei percorsi territoriali.

Uscire dalla crisi è possibile

In definitiva, la crisi dei Pronto Soccorso non può essere letta come un’emergenza episodica ma come il sintomo di un sistema che ha progressivamente spostato sull’ospedale funzioni che dovrebbero essere condivise con il territorio.

Le esperienze lombarde dimostrano che una risposta è possibile: l’integrazione tra Pronto Soccorso e territorio, l’attivazione di team domiciliari, il coinvolgimento strutturato dell’assistente sociale e l’adozione di strumenti di valutazione multidimensionale consentono di ridurre ricoveri evitabili, tempi di permanenza e rientri precoci, migliorando al contempo la soddisfazione dei pazienti e l’uso delle risorse.

Non si tratta solo di innovazioni organizzative, ma di un cambio di paradigma: dalla gestione dell’evento acuto alla presa in carico della persona fragile nella sua complessità clinica e sociale. La sfida ora è consolidare e mettere a regime queste e altre buone pratiche.

Articolo tratto dal numero di maggio 2026 di Tecnica Ospedaliera

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