Il settore dei sistemi biomedici complessi salvavita sta attraversando una fase di trasformazione radicale. Non si tratta più solo di “macchine” imprescindibili nella gestione del paziente critico, ma di ecosistemi integrati che uniscono meccanica di precisione, intelligenza artificiale e connettività costante.
La prima esigenza? Adattare il sistema al paziente. Il punto d’osservazione diventa così lo stesso dell’utilizzatore e si auspica che s’instauri un dialogo costante tra aziende, tecnici e operatori sanitari.
Il tema è stato approfondito a Exposanità nel corso del seminario organizzato da Antab – Associazione Nazionale Tecnici Apparecchiature Biomediche, dal titolo “I sistemi biomedici complessi salvavita in area critica”, con il patrocinio di Aniarti – Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica.
A dialogare con il presidente di Antab Pier Giorgio Farò la dott.ssa Valentina Ferrucci e il dott. Darwin Ponseca del Reparto di Rianimazione dell’Ospedale Bellaria Bologna.
I sistemi complessi di area critica
Tra gli argomenti presi in esame tutti i principali sistemi complessi in area critica (Ecmo, Cec, contropulsatore), il ruolo e le competenze del tecnico delle apparecchiature, la ventilazione polmonare (di sala operatoria, rianimazione e da trasporto) e il rapporto con la centrale di sterilizzazione, il trasferimento del paziente, la continuità di esercizio nel caso di malfunzionamento di un dispositivo, i test di pre-utilizzo e i test sul circuito paziente, i parametri e il monitor dell’emodinamica, i sistemi di captometria, la gestione dei gas medicali, l’emogasanalizzatore, le varie procedure per la gestione delle vie aeree (broncoscopio/videobroncoscopio e laringoscopio) e l’aspirazione chirurgica.
La situazione appare ancora quella storica in cui il tecnico di apparecchiature biomediche è concentrato molto sulla fase manutentiva, della riparazione e gestione delle problematiche di guasto.
«In realtà – argomenta Pier Giorgio Farò – la parte su cui noi abbiamo maggiori competenze è nella gestione di ciò che è installato nelle strutture sanitarie o nei luoghi dove si utilizzano le tecnologie biomediche».
Dalla gestione tecnica al luogo di cura
L’intuizione che è emersa è quella di accompagnare l’apparecchiatura lungo l’intero ciclo di vita, dall’installazione fino alla dismissione.
“Oggi – specifica Farò – le tecnologie biomediche non abitano più solo i reparti ospedalieri: si trovano sui mezzi di emergenza o nelle case dei pazienti, operando in contesti spesso non progettati per ospitarle. Questa evoluzione richiede un salto di qualità: non possiamo limitarci a riparare il dispositivo in laboratorio e restituirlo, dobbiamo spostare il baricentro dell’assistenza laddove la tecnologia viene effettivamente utilizzata. È questa la vera sfida, ancora in gran parte da realizzare”.
“In qualità di utilizzatrice di questi sistemi – ha sottolineato Valentina Ferrucci – auspico una loro maggiore diffusione in tutti gli ospedali italiani. Esistono ancora contesti in cui la disparità tecnologica si traduce in una differenza nel livello di assistenza.
Sebbene le nuove generazioni abbiano una naturale confidenza con questi strumenti, non dobbiamo mai abbandonare la clinica. Tuttavia, una medicina più precisa e personalizzata permette non solo di ottimizzare le risorse, ma di trattare il paziente in modo puntuale, riducendo drasticamente gli effetti avversi”.
La carenza di personale e la sfida formativa
L’esperienza della pandemia ha dimostrato che, nel momento in cui ci si propone come referenti per la gestione di una tecnologia, la domanda di supporto diventa massiva. Tuttavia, c’è una realtà critica: la carenza di personale preparato per questa nuova sfida.
“In questo senso – spiega Farò – è fondamentale coinvolgere gli ITS e i percorsi formativi per i tecnici del futuro. Dobbiamo proporre casi studio sempre più complessi e lanciare un’idea forte: il tecnico deve essere presente ovunque ci sia tecnologia”.
Un nuovo approccio culturale
Perché questo avvenga, serve una doppia spinta: da un lato la formazione, dall’altro l’utilizzatore, che deve iniziare a richiedere una figura tecnica stabilmente presente nel luogo di cura. Siamo ancora a un punto zero?
“Abbiamo individuato la rotta – conclude Farò – ma restano da definire le linee guida concrete. Siamo all’alba di una rivoluzione culturale che punta a integrare indissolubilmente clinica e tecnologia”.
L’offerta formativa dell’ITS Biotecnologie Academy Mario Veronesi di Mirandola è stata presentata da Federica Minarelli e Arianna Salami.


