Grosseto, architettura della narrazione per il luogo della cura

(credit: Carlo Bonazza, Alessandro Lenzi)

Affermato architetto e docente di Progettazione architettonica e urbana all’Università degli Studi di Firenze, Fabrizio Rossi Prodi ha firmato l’architettura della nuova ala dell’Ospedale Misericordia di Grosseto.

«L’edificio è il risultato della rielaborazione del progetto preliminare redatto dall’Area tecnica dell’ASL 9 e posto a base della gara di progettazione.
Già caratterizzato da una chiara impostazione funzionale, quel progetto individuava con chiarezza le scelte legate all’organizzazione delle attività e le ipotesi per un sistema di luoghi.

Pianta del Blocco operatorio ambulatoriale (credit: GPA Ingegneria, Rossiprodi Associati)

Abbiamo mantenuto le originarie indicazioni spazio-funzionali – impostazione a piastra/torre con servizi e impianti al piano terreno, collegamento al resto dell’ospedale, capacità di adattarsi e crescere nel tempo – come riferimento assodato, da trasformare e sviluppare specie per quanto attiene il tema dell’inserimento del nuovo edificio nel suo contesto».

Quali fattori hanno orientato il progetto architettonico?
«La ricerca di un ordine nella varietà di forme e linguaggi che caratterizzano l’ospedale preesistente è stato il primo aspetto considerato.
La marcata impronta razionalista dell’edificio principale – che, sia pure nel modello dell'”ospedale-fabbrica”, esprimeva la forza e la dignità di un’istituzione pubblica di cura – era stata alterata dalle addizioni successive, fra loro eterogenee e non tutte capaci di mantenere il medesimo livello espressivo.

Una seconda problematica ha riguardato l’estrema confusione dell’affaccio a levante, verso il territorio agricolo – sorta di fronte secondario del complesso ospedaliero.
In questo caso abbiamo invece avvertito l’esigenza di una più netta definizione delle relazioni fra l’edificio da realizzare, che avrebbe ridisegnato la soglia della città, e il paesaggio rurale e naturale.

Anche i collegamenti hanno costituito un tema critico.
Al di là della necessità di separare i flussi, abbiamo ritenuto che l’approccio basato sulla specializzazione dei percorsi potesse rispondere compiutamente a tutte le esigenze solo se arricchito da soluzioni ispirate al principio della narrazione urbana, introducendo domini spaziali differenziati (pubblico, semipubblico, privato) articolati attorno a punti nodali e scanditi mediante sequenze e transizioni.

Infine c’era la necessità di dare un senso compiuto all’organizzazione delle funzioni, all’interno come all’esterno della nuova ala, per creare un sistema chiaro e organico di spazi e luoghi dotati di una propria personalità e ben concatenati fra loro.
Questo intervento di “risanamento spaziale e architettonico” è stato condotto con l’impiego di forme semplici e di materiali ispirati al linguaggio costruttivo locale».

Segni, linguaggio, percezione

Qual è stato l’esito di questa ricerca progettuale?
«Innanzitutto la netta impostazione stereometrica dell’edificio, che si propone come una sorta di “guida alla lettura” da parte di pazienti e operatori, con l’obiettivo di infondere sicurezza intensificando la dimensione “umana” dell’esperienza che ciascuno di essi vive.

La permeabilità dell’attacco a terra ne facilita l’individuazione quale elemento di transizione fra esterno e interno.
Il più complesso contenuto del piano soprastante è denunciato dai volumi sospesi e dal collegamento sopraelevato con il resto dell’ospedale, dal profilo leggero e trasparente.

Pianta di un modulo di cure intensive (credit: GPA Ingegneria, Rossiprodi Associati)

Il corpo in linea dei piani superiori, segnato da aggetti e rientranze, individua la vocazione “residenziale” delle degenze.
In questo scenario, la successione degli spazi connettivi realizza un percorso percettivo ed emotivo, che procede dal collegamento sopraelevato alla corte circolare porticata, fino all’atrio trasparente a tutta altezza che si inserisce nei volumi di degenza, accogliendo una scala dalle forme scultoree che accompagna l’ascesa degli utenti verso i diversi reparti.

Scandita da elementi concavi e convessi, la marcata orizzontalità della composizione è alleggerita dall’alternanza di elementi in luce e in ombra – quasi a voler interpretare gli stati d’animo delle persone che frequentano l’ospedale – che scorrono su superfici rivestite da caldi colori nella gamma del bruno.

La predominanza di forme curve e organiche scevre da spigoli acuti, la presenza della vegetazione, la trasparenza dei prospetti e l’estesa comunicazione diretta fra spazio interno ed esterno rafforzano la sensazione di apertura e continuità, senza rinunciare ai tratti che, nell’immaginario collettivo, identificano la tecnologia come sinonimo di efficienza.

Nell’insieme il linguaggio architettonico conforta e rassicura, adattandosi alle caratteristiche dei luoghi e degli ambienti, alla ricerca di un’armonia con le linee del territorio – come se l’edificio ambisse a mettersi in relazione con il proprio contesto, pronto ad accogliere le persone ma incapace di trattenerle».

Qual è il ruolo della scala a doppia elica?
«Si tratta del “focus” simbolico dell’edificio: la scala si eleva senza soluzione di continuità in uno spazio cilindrico che attraversa tutti i piani, con linee curve che si ispirano al mondo della conoscenza e della ricerca sulla vita, immerse nella luce naturale.

Le scale sono fra gli oggetti più difficili da progettare, non solo dal punto di vista statico e costruttivo ma anche perché le loro dimensioni e proporzioni ne influenzano direttamente la praticità e il comfort nell’uso.
Si tratta perciò del “cuore” della composizione che, con forme compiute e con un’immagine unitaria, esprime la complessità della sfida scientifica e tecnica che ogni giorno si rinnova nei luoghi della cura».

Spazi e funzioni

Quali aspetti hanno distinto l’approfondimento del progetto originario?
«Come segnalato all’inizio, la posizione e l’assetto distributivo delle diverse funzioni erano già state messe a punto nel progetto preliminare, perciò abbiamo proposto alcune soluzioni alternative considerate esemplari, realmente in grado di perfezionare lo modello funzionale.

I moduli dell’area per le cure intensive, per esempio, sono stati riorganizzati secondo uno schema panottico, incentrato sul nucleo di controllo, e sono serviti da spazi e servizi di supporto dedicati, in modo da rendere efficiente e al contempo flessibile il funzionamento dell’intero reparto.
Anche i percorsi nel Blocco operatorio sono stati migliorati, introducendo un sistema flessibile di preparazione/risveglio con recovery room, prevedendo nuove zone per il relax del personale e sale di refertazione disposte in duplex, sempre per facilitare il relax.

I principi della cellula infermieristica e dell’organizzazione per intensità delle cure hanno orientato il concept spazio-funzionale delle aree di degenza.
La rigidità della sezione a corpo quintuplo, per esempio, è stata stemperata dall’inserimento di aree di incontro e sosta situate nella fascia centrale.

Oltre a prestarsi all’uso flessibile in funzione della periodicità dei servizi prestati, come nel caso della week surgery, la struttura modulare consente di distribuire i pazienti in base alle loro necessità cliniche e assistenziali, ponendoli in prossimità delle risorse assistenziali, tecnologiche e professionali più idonee a vantaggio dell’efficienza e della personalizzazione dei servizi alla persona.

Altri aspetti particolarmente curati – conclude l’arch. Rossi Prodi – sono stati l’illuminazione naturale e le vedute dirette verso l’esterno, presenti ovunque possibile, al pari di ulteriori accorgimenti come la dotazione di spazi per le necessità di pazienti e familiari (attese e zone filtro permeabili alla vista), in grado di favorire le relazioni e concorrere al recupero delle condizioni fisiche».

Giuseppe La Franca, architetto

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