Un progetto interdisciplinare di ricerca coordinato dall’Università di Bologna e dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici ha elaborato diversi possibili scenari d’impatto delle misure di distanziamento sociale, da adottare in fase 2, sulle ospedalizzazioni da Covid-19.

Secondo i risultati, per mantenere sotto controllo i nuovi ricoveri, in Emilia-Romagna occorrerebbe dimezzare nei prossimi mesi il numero medio di contatti interpersonali giornalieri per ogni cittadino rispetto al pre-lockdown. In Lombardia, invece, dove la pandemia è stata più violenta, il numero dei contatti dovrebbe ridursi dell’80% per ottenere lo stesso risultato.

Lo studio utilizza un modello matematico inizialmente sviluppato per il contesto cinese e poi adattato dai ricercatori ai contesti lombardo ed emiliano-romagnolo, usando i dati resi disponibili dalla Protezione Civile.

«Ipotizzando diverse misure di distanziamento sociale è possibile prevedere l’impatto del Covid-19 sui servizi ospedalieri», spiega Chiara Reno, prima autrice dello studio e specializzanda in Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Bologna. «Questi modelli previsionali possono essere d’aiuto per i decisori politici per informare le scelte da compiere nel corso della fase 2».

Un modello per il contesto italiano

Per calcolare gli scenari relativi alle due Regioni i ricercatori hanno applicato un’estensione al modello epidemiologico SIR-SEIR, in cui la popolazione viene suddivisa in categorie rispetto all’esposizione alla malattia. Questo modello, sviluppato per il contesto cinese, considera varie categorie: persone suscettibili all’infezione, persone esposte al virus, infetti sintomatici e asintomatici, ospedalizzati, guariti.

Per adattarlo al contesto italiano, che ha mostrato differenze nelle modalità di presa in carico dei casi, è stato necessario espandere il modello aggiungendo una categoria, quella dei pazienti con sintomi lievi che vengono curati a domicilio, che in Italia rappresentano circa il 70% dei casi registrati.

Poiché i dati ufficiali sul numero degli infetti totali non sono affidabili e probabilmente rappresentano solo la punta dell’iceberg, per modellizzare la diffusione della malattia i ricercatori hanno utilizzato come variabile dipendente le ospedalizzazioni. In questo modo il modello permette di calcolare la probabile evoluzione nel tempo dell’epidemia attraverso il ricorso all’ospedale.

Gli scenari in Lombardia e in Emilia-Romagna

Gli scenari ipotizzati si basano sulla riduzione del numero di contatti interpersonali che i cittadini possono avere nella loro vita quotidiana. Partendo da una condizione di normalità con una media di 15 contatti al giorno a persona, in Emilia-Romagna si riuscirebbe a tenere sotto controllo le ospedalizzazioni per Covid-19 riducendo il numero medio di contatti di circa il 50%.

Diverso il caso della Lombardia, dove il numero medio di contatti interpersonali andrebbe ridotto dell’80% per non dover applicare nuove misure di quarantena.
Secondo gli studiosi, la differenza tra gli scenari per le due Regioni considerate dipende dai numeri iniziali dell’epidemia (a partire dai primi focolai registrati in Lombardia) e probabilmente anche dalle diverse modalità organizzative dei due SSR.

«Il sistema lombardo, concentrato soprattutto sul ruolo degli ospedali, può contribuire ad aumentare lo stress su queste strutture», spiega Chiara Reno. «Il sistema misto dell’Emilia-Romagna, invece, basato sia sugli ospedali sia su reti di supporto territoriali, potrebbe aiutare a gestire meglio la diffusione dell’epidemia».

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