Secondo Salvatore Torrisi, presidente della Federazione delle Associazioni Regionali degli Economi e dei provveditori della sanità (FARE), l’emergenza ha evidenziato i limiti del modello di acquisti basato sul prezzo più basso, che taglia fuori la produzione nazionale.

Di tutto si conosce il prezzo, di nulla il valore», scriveva Oscar Wilde. A fare emergere con drammatica chiarezza lo scarto tra «prezzo» e «valore» ci ha pensato il Covid-19, che negli ultimi mesi ha tenuto in scacco il sistema di approvvigionamento del Servizio sanitario nazionale costringendolo, forse per la prima volta, a guardarsi allo specchio.
Raggiunto al telefono, Salvatore Torrisi, presidente della FARE, fa il punto della situazione, ricordando che «le carenze nelle forniture di prodotti si sono verificate fin dalle prime fasi dell’epidemia, per quanto riguarda sia i dispositivi di protezione individuale sia i dispositivi medici».

Già da febbraio si è parlato molto della mancanza di mascherine, a proposito delle quali il governo ha anche attuato delle modifiche al quadro normativo, prevedendo alcune specifiche deroghe.

«Sì, il decreto legge numero 9 del 2 marzo (il cosiddetto decreto Gualtieri) ha stabilito, all’articolo 34, la possibilità di acquistare mascherine senza il marchio CE, previa valutazione da parte dell’Istituto superiore di sanità, e di disporre pagamenti anticipati delle forniture. Anche il decreto numero 18 del 17 marzo (il cosiddetto Cura Italia) è stato mirato a semplificare i procedimenti di acquisto dei vari dispositivi, incluse appunto la mascherine».

Nonostante questi tentativi di semplificare l’approvvigionamento, le carenze si sono comunque verificate…

«Negli ultimi anni, a causa della corsa al ribasso dei prezzi, le imprese italiane hanno dislocato la produzione di dispositivi a bassa tecnologia, come appunto le mascherine, all’estero. Di fatto sono diventati dei meri rivenditori di prodotti fabbricati nei Paesi asiatici, soprattutto in Cina. Perciò quando quest’ultima ha bloccato la produzione a causa del diffondersi del contagio, la carenza si è palesata in tutta la sua gravità».

Come conseguenza della carenza i prezzi sono saliti alle stelle…

«Esatto. Pensi che nella fase più acuta dell’emergenza le mascherine sono arrivate a costare quattro-cinque euro l’una, mentre nel periodo antecedente il loro prezzo unitario era di 0,03 euro».

Un incremento che ha riguardato le mascherine, ma non solo…

«I prezzi dei prodotti utili a fronteggiare l’emergenza sono aumentati in modo esponenziale, anche per l’elevato numero di richieste provenienti in contemporanea da tutto il mondo. I fornitori, inclusi quelli con cui abbiamo un rapporto consolidato e che si sono aggiudicati gare pluriennali, non sono più stati in grado di assicurarci le forniture alle condizioni di mercato antecedenti la pandemia, perché sono aumentati i costi della materia prima».

Prevede che questa impennata dei prezzi sia un fenomeno estemporaneo, destinato a esaurirsi nel giro di pochi mesi, o che si protrarrà a lungo?

«È difficile stabilirlo. Per fortuna alcuni prezzi stanno già iniziando a calmierarsi per effetto di una maggiore offerta».

Un altro prodotto di cui è stata riscontrata una particolare carenza durante la cosiddetta fase 1 sono stati gli apparecchi di ventilazione polmonare.

«Sì, perché anche in questo caso la produzione nazionale è molto limitata. Per fortuna in Italia è rimasta l’azienda Siare, che da molti anni si occupa di progettazione e produzione di apparecchiature elettromedicali per anestesia e rianimazione, e, grazie al contributo statale, è stato possibile incrementare la produzione di ventilatori per fornirli alle strutture sanitarie. Gradualmente la pressante richiesta di questo dispositivo si è ridimensionata, soprattutto grazie alla sperimentazione di alcune terapie anti-Covid, che hanno consentito un decremento della necessità di ventilazione assistita».

In questa frenetica corsa ad accaparrarsi gli approvvigionamenti, in alcuni casi si è poi incappati in forniture inadeguate.

«Assolutamente sì. Purtroppo nella situazione di emergenza alcune imprese, che in precedenza non avevano mai operato nel settore, hanno improvvisato, pur di averne dei guadagni economici, la produzione di dispositivi sanitari in assenza dei necessari requisiti. In alcuni casi, hanno colto alla sprovvista anche chi in quel difficile momento aveva il compito di assicurare la fornitura di beni idonei. Nel corso del tempo sono migliorate, però, sia la qualità delle forniture, sia la capacità valutativa degli acquirenti».

Per fare fronte all’indisponibilità di prodotti in pronta consegna, la vostra federazione ha creato lo scorso 25 marzo la piattaforma Fare Emergenza Coronavirus. In che cosa consiste?

«Si tratta di un portale temporaneo gratuito di e-procurement, all’interno del quale gli operatori economici possono segnalare la disponibilità di determinati prodotti in giacenza di magazzino e i provveditori di tutta Italia possono verificare gli stock presenti, ordinarli e ottenerne la consegna in tempi molto rapidi. Un semplice strumento informatico di raccolta dell’offerta e di semplificazione della domanda per prodotti di importo inferiore a 40mila euro, al quale hanno aderito circa 50 aziende sanitarie e 350 imprese».

A oggi sussistono ancora delle carenze?

«La fornitura di mascherine si è regolarizzata, mentre ora le principali carenze riguardano i camici e le tute monouso da impiegare in sala operatoria».

Se questa è la situazione in Italia, come se la sono cavata gli altri Paesi europei in fatto di approvvigionamenti?

«Direi non meglio di noi, nel senso che, nonostante la politica italiana sia scarsamente lungimirante, abbiamo comunque dimostrato di saper gestire dignitosamente la situazione emergenziale».

Vi state attrezzando in vista di un possibile secondo picco pandemico in autunno?

«Vorremmo farlo, ma per adesso non riusciamo perché non abbiamo a disposizione né risorse economiche, né un surplus di prodotti che ci consentano di fare delle scorte. Credo che il compito di creare degli stock per soddisfare eventuali necessità future sia della Protezione civile».

Qual è la lezione che, come provveditori, avete imparato da questa drammatica esperienza?

«Spero che da questo evento possa scaturire un serio ripensamento in chiave strategica delle politiche di approvvigionamento. Senza dubbio occorre incentivare la produzione nazionale, trovando gli strumenti per tutelarla. Bisognerebbe, per esempio, valutare la qualità del fornitore, valorizzandone l’esperienza e l’affidabilità. In concreto, la mia proposta è introdurre la riserva di legge nelle gare di appalto, in modo che una percentuale dei prodotti venga riservata alle imprese italiane, creando una fascia di mercato protetta. Può sembrare un provvedimento anacronistico, ma è l’unico modo che abbiamo per tutelare le industrie nazionali».

Ciò avrà probabilmente come conseguenza un aumento della spesa per il sistema pubblico. Come giustificarlo agli occhi di chi, fino a oggi, si è adoperato con ogni mezzo per ridurre il più possibile i costi?

«è sotto gli occhi di tutti che le politiche nazionali di spending review, basate sui tagli lineari, non hanno prodotto i risultati sperati. Investire di più in fase iniziale darà i suoi frutti perché, al contrario di quanto avvenuto nel caso del Covid, potremo beneficiare di prodotti di qualità prontamente disponibili in caso di necessità. Sarebbe davvero auspicabile che l’emergenza del Coronavirus segnasse un punto di svolta, un momento da cui ripartire non come prima, ma meglio di prima».

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