Chirurgia mininvasiva: Italia Cenerentola in Europa

Operating theatre with nurses and surgeonIn Europa la chirurgia mininvasiva viene adottata in media nel 32% dei casi, valore che in Italia scende al 29%. Per comprendere le ragioni di questo dato, alcuni esperti di questo settore della chirurgia si sono confrontati lo scorso settembre nel corso del workshop “Ottimizzazione dei percorsi clinico-organizzativi per la chirurgia mininvasiva”.

Evidenze scientifiche mostrano che l’adozione di tecniche mininvasive può portare benefici rilevanti per i pazienti nell’immediato e consentire di gestire meglio la malattia nel lungo termine, con risparmio di risorse anche economiche.

Tra l’altro, Francesco Corcione, presidente nazionale della Società Italiana di Cardiologia (SIC), ha spiegato: «La chirurgia laparoscopica ha oggi più di 25 anni di vita e non è da considerarsi un’alternativa alla chirurgia in aperto, ma il gold standard per la maggior parte degli interventi addominali. Ecco dunque che è importante investire nella formazione dei medici, unica strada per far sì che i giovani chirurghi acquisiscano gli elementi indispensabili a lavorare bene. La chirurgia laparoscopica rappresenta un costo in termini di tecnologie, ma porta a un risparmio sul lungo periodo. Anzitutto riduce le tempistiche delle degenze e dei posti letto occupati: per esempio, dopo una colecistectomia si può tornare a casa già il giorno dopo, mentre in seguito a una resezione colica, dopo quattro o sei giorni. Tendenzialmente, una volta lasciato l’ospedale, si può riprendere l’attività lavorativa dopo dieci o quindici giorni. Con la chirurgia in aperto, invece, parliamo di tempi molto più lunghi. Si abbrevia anche l’atto chirurgico in sé e, grazie alla riduzione delle infezioni ospedaliere, in particolare della parete addominale, riduce l’impiego dei farmaci. Lavorando ad addome chiuso, le infezioni scompaiono quasi del tutto e c’è una riduzione delle emorragie e delle complicanze addominali come gli ematomi. I vantaggi sono quindi parecchi. Purtroppo, molte delle strutture ospedaliere italiane non sono state adeguate alle esigenze dei chirurghi. Queste nuove tecniche permetterebbero di fare un intervento ogni cinque giorni, ma non è possibile se non si dispone di una quantità di sale operatorie adeguata. A questo si aggiunge un problema organizzativo. Spesso, la possibilità di operare più persone ci sarebbe, ma in molti ospedali si prevede che gli interventi vengano svolti solo due giorni a settimana. Le conseguenze sono molti posti letto liberi e lunghe liste d’attesa».

Sulla situazione delle sale chirurgiche italiane si è espresso anche Diego Piazza, presidente nazionale dell’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani: «La situazione delle sale operatorie italiane è buona, anche se stiamo ancora sfruttando l’onda lunga degli investimenti fatti negli ultimi 10-15 anni. Quando si parla di percorsi di efficienza clinico-economica si intende, per esempio, il progetto sviluppato nel Regno Unito, dove il Governo ha deciso di finanziare la diffusione della chirurgia laparoscopica e dell’innovazione in chirurgia in prima persona. Inoltre, in linea con questa visione, la soluzione per garantire ospedali all’avanguardia e costantemente aggiornati dal punto di vista tecnologico, sarebbe ridurre le strutture presenti sul territorio. L’Italia, a pari numero di abitanti, ha tre volte gli ospedali del Regno Unito. Le strutture più piccole dovrebbero restare esclusivamente come presidi sanitari territoriali».

Stefania Somaré

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