Presentato il 21 gennaio scorso a Roma presso la sala Marco Biagi del Centro Nazionale di Economia del Lavoro – CNEL, il 21° Rapporto del C.R.E.A. Sanità segna un cambio di passo nell’analisi delle politiche sanitarie. Quest’anno la disamina non si ferma alla cronaca gestionale, ma ripercorre l’intera parabola del Servizio Sanitario Nazionale dalla sua istituzione nel 1978.
Al centro del corposo report, alcune domande chiave circa la tenuta del sistema: come garantire l’equità d’accesso in un sistema che finanzia solo il 74,3% della spesa totale? E come integrare l’innovazione tecnologica senza che questa diventi un privilegio per pochi?
L’analisi storica: la frattura pre-federalismo
Un punto di estremo interesse è la smentita del ruolo privatizzatore del Federalismo introdotto dalla riforma del 2001. Il Rapporto documenta che la vera frattura si è consumata negli anni ’90, decennio in cui la spesa pubblica è cresciuta solo dello 0,8% reale, mentre la privata correva al 10,7% annuo.
In questo scenario, l’aumento delle famiglie che pagano di tasca propria per curarsi (passate dal 50,8% degli anni ’80 al 70% attuale) è la conseguenza di una staticità dell’intervento pubblico che non ha saputo seguire l’evoluzione della domanda di salute che si è certamente evoluta e modificata nel corso di quasi mezzo secolo anche in conseguenza delle trasformazioni demografiche e sociali intervenute.
Innovazione tecnologica: un motore che non può essere spento
Uno dei pilastri del Rapporto è la consapevolezza che l’innovazione tecnologica corre velocissima ed è ormai una componente non rinunciabile della pratica clinica. Tuttavia, il sistema sconta un paradosso: mentre la scienza offre nuove frontiere di cura, la ‘staticità’ burocratica e finanziaria ne rallenta l’adozione.
In molti casi questo si traduce nel dover gestire l’obsolescenza dei parchi tecnologici e la pressione per l’accesso a nuove procedure in un contesto di sottofinanziamento strutturale (l’Italia è al di sotto della media dei Paesi EU-ante 1995 per quota di spesa pubblica).
Il peso del ‘razionamento implicito’ sulle strutture
Il Rapporto definisce le liste d’attesa come la forma più lampante di un razionamento implicito. Non potendo escludere formalmente prestazioni, il sistema le rende di fatto inaccessibili nei tempi, costringendo 2,3 milioni di persone a rinunciare alle cure o a subire un disagio finanziario catastrofico.
In questo scenario caratterizzato da un regime di perenne gestione della crisi, la manutenzione straordinaria – come i fondi spot per abbattere le liste d’attesa – non sono più sufficienti non andando ad incidere concretamente sulle ragioni sistemiche della stasi.
Governance e divario europeo: la necessità di scelte esplicite
A ciò si aggiunge un gap crescente che l’Italia ha accumulato rispetto alla media dei Paesi EU ante 1995, pari al 44,6%, condizionato da un PIL che dal 2000 è cresciuto cinque volte meno dei partner europei. In questo scenario, la sostenibilità non può più essere perseguita solo attraverso il controllo dei costi o la gestione burocratica dei LEA.
Del resto la tenuta del modello del 1978 non può essere perseguita restando immobili. Per non rinunciare all’innovazione tecnologica e per recuperare una reale equità territoriale – pesantemente compromessa soprattutto al Sud –, occorre trasformare il Servizio Sanitario in un Sistema Salute integrato (che vada a contemplare sia l’area sanitaria sia quella sociale), capace di scelte politiche nette e di un efficentamento che non sia più solo burocratico, ma centrato sul valore clinico della prestazione.
La proposta del C.R.E.A. in tal senso è quella di operare una trasformazione profonda: passare da un razionamento implicito a un razionamento esplicito, che abbia il coraggio di priorizzare le prestazioni ad alto valore clinico per uscire dalle secche di un universalismo ormai solo teorico e garantire la tenuta del sistema.


